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«La magia non s’è rotta dobbiamo solo ritrovarci»

di Linda Pigozzi
«La magia non s’è rotta dobbiamo solo ritrovarci»

Menetti: «Ai ragazzi ho chiesto di riprendersi la mentalità di sempre»

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REGGIO EMILIA. Fermare Max Menetti nell’attimo in cui la squadra arranca dopo il record di successi, in cui piovono critiche sugli stranieri e sul calo evidente degli italiani “da traino”. Fermarlo nell’attimo in cui si comincia a preparare il match evento al pala Dozza con Milano e si accoglie, in prova, l’americano Jamarr Sanders.

Fermarlo in quello che da fuori sembra un tumulto, fra quello che si era ed evidentemente non si è più e quello che ancora non si è, sembrerebbe follia pura. Eppure il coach biancorosso non si scompone. Lo fa soltanto quando gli si chiede che cosa si sia rotto nel giocattolino magico, vincente per sette gare filate.

«Rotto?» dice, storcendo il viso. «Nulla s’è rotto, dobbiamo soltanto ritrovare la capacità di soffrire che ci aveva portato in altissimo».

E perché s’è persa? Appagamento dopo una serie fantastica o c’è altro?

«Può essere stato appagamento, se è successo non è perché qualcuno ha iniziato a mollare perché non è nel carattere del club e nè in quello dello staff tecnico. Le parabole in una stagione ci sono. Adesso però dobbiamo ricominciare».

Da cosa, nello specifico?

«Quello che ho chiesto ai ragazzi è di riprendere velocemente la nostra mentalità. Abbiamo fatto un inizio di campionato incredibile e inatteso e da lì dobbiamo ripartire. Questa depressione nel momento in cui le cose non vanno bene va superata. Se con Milano facessimo una grande partita e poi tornassimo dentro all’attuale mood, non avremmo comunque risolto il problema. Se si vuole avere un percorso di un certo tipo bisogna cominciare a pensare a come si arriverà alle Final Eight. Prima conquistarle in modo matematico e poi prepararci bene per affrontarle, quindi pensare ai playoff».

Prima di tutto questo c’è però Milano.

«È una lunghissima vigilia quella che ci separa da una gara che è anche un bellissimo evento, visto che abbiamo il pala Dozza quasi pieno. Nel momento che viviamo sarà una bella occasione per ritornare nel nostro status»

Inutile girarci intorno: serviranno risposte sul campo nel big match di martedì do po le sconfitte esterne.

«Sì. È oggettivo che nelle ultime due trasferte non abbiamo fatto bene, soprattutto a Varese abbiamo giocato una gara pessima, probabilmente influenzata da quanto successo a Gentile. Con Torino, squadra molto forte che ci ha messo in difficoltà, qualche segnale positivo c’è stato. E’ evidente che veniamo da un periodo di appannamento. Stiamo lavorando forte per ritrovare le caratteristiche migliori che avevano sorpreso tutti, soprattutto quella voglia di soffrire in campo e non mollare fino all’ultimo secondo».

Lesic e James sembrano molto più che appannati. Cambiarli è un ipotesi che state valutando?

«James e Lesic sono due professionisti e stanno cercando di dare il meglio. Il nostro ambiente ha sempre cercato di aiutare quei giocatori che non rendevano al massimo. Criticare per partito preso non serve a niente. Criticare e basta non li aiuta a dare di più. Per esperienza posso dire che cambiare per cambiare non ha mai funzionato. Finchè sono con noi bisogna fare di tutto perché ci diano una mano. Se cambieremo lo faremo nei tempi e nei modi giusti, non tanto per farlo».

Anche gli italiani ultimamente non stanno rendendo al massimo. Che spiegazione si è dato?

«Quando si gioca male, si gioca male tutti. Non entrerei quindi nel discorso italiani o stranieri. Ad Aradori, Cervi e Della Valle gli avversari si sono adattati, anche perché senza Gentile diamo punti di riferimento ben precisi. De Nicolao sta riprendendo il suo ritmo e sta crescendo. Mi aspetto tanto da Polonara che in questi due anni e mezzo con noi è cresciuto tantissimo. Non ci possiamo permettere un Achille su questo livello».

Dopo due finali centrate, vi condizionano le aspettative del pubblico?

«Non è scontato fare sempre ottime stagioni. Quelle cattive, lo dimostra la Virtus dello scorso anno, sono sempre dietro l’angolo. Aspettative e pressione non ci condizionano per niente. Siamo sempre stati i primi a darci obiettivi nuovi e a essere ipermotivati per raggiungerli. Quello che non deve succedere è assuefarsi al fatto che le vittorie siano scontate. Se così fosse, come prima cosa i successi sul campo perderebbero valore e in secondo luogo non si sarebbe mai pronti ai momenti negativi che arrivano sempre in ogni stagione».

Pesa non giocare in coppa?

«Tantissimo. Alla base di questo nostro periodo di difficoltà, a livello inconscio, c’è anche il non giocare in coppa. Ormai avevamo consolidato l’abitudine a giocare più spesso, a vivere sul filo del rasoio ogni tre giorni. Abitudine sanissima anche se ci portava poi a essere vuoti in qualche occasione per la stanchezza fisica, ma ci permetteva comunque di tenere sempre alta la tensione, cosa che giocando ogni otto giorni come ora ci riesce difficile».

L’Europa vuole riconquistarsela sul campo o ancora culla la speranza che il club possa rimettere le mani su un contratto pluriennale con Eca?

«Siamo ancora in un momento interlocutorio. Siamo usciti da quelle che sono le volontà del management della Pallacanestro Reggiana e siamo dentro alle decisioni della politica europea e soprattutto del basket italiano. Da parte nostra lavoriamo ogni giorno per conquistarci l’Europa sul campo. Spero però che ci sia la possibilità per un club come Reggio di poter rientrare in Eurocup perché questo consentirebbe un certo tipo di programmazione. Di una cosa mi spiace non si parli mai. E cioè del fatto che il contratto triennale Eca l’aveva assegnato a Reggio per i risultati raggiunti negli ultimi anni, perché credeva nella serietà e nella solidità del club e nelle sue potenzialità di poter affrontare un progetto futuro».

Il futuro, appunto. Il suo contratto con il club scadrà in giugno. Resterà al timone?

«C’è un rapporto di altissimo livello con la proprietà e qui c’è un tipo di programmazione in cui io mi sento assolutamente al centro, naturalmente con la squadra. Non è un problema il mio contratto, nel senso che ora non siamo focalizzati su quello ma sul prossimo obiettivo».

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