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Paolo Zanetti, il mister emergente si racconta

di Primo Bertani
Paolo Zanetti, il mister emergente si racconta

Il 34enne, che guida la Berretti granata capolista, si ispira per la fase offensiva a Mandorlini e Somma

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REGGIO EMILIA. Reggio è una città che ha segnato Paolo Zanetti, attualmente impegnato sulla panchina della Berretti, imbattuta e campione d’inverno. «Sono qui ormai da quattro anni, ho un feeling particolare con questo territorio e la sua gente, vorrei rimanerci ancora a lungo-confida-. Come realtà mi ricorda molto la mia Vicenza, le tifoserie tra l’altro sono anche gemellate». Inizia dai sentimenti il racconto di questo allenatore 34enne. «Il ruolo del mister mi ha sempre affascinato, era nelle mie corde, così quando facevo il giocatore ho cercato di rubare a tutti i miei tecnici qualcosa del mestiere». In carriera Zanetti ha avuto ben 26 allenatori, attraverso un percorso che è passato da Vicenza, Empoli, Ascoli, Torino, Atalanta, ancora Torino, Grosseto e Sorrento, prima di venire alla Reggiana. In testa ci sono sicuramente alcuni simboli, come il commissario tecnico della Nazionale Ventura, Novellino e De Biasi. «Mi piace molto la fase offensiva, e su questo Mandorlini e Mario Somma sono stati i miei due maestri preferiti».

Alberto Colombo, qui a Reggio, è entrato di prepotenza nella sua vita, offrendogli la chiave di svolta decisiva per ridisegnare il futuro.

«Dopo due operazioni al ginocchio facevo fatica ad allenarmi e rientrare nella condizione di atleta. Io sono uno che non voleva svernare in una piazza storica e importante come questa così Alberto mi ha proposto una soluzione su cui investire per il mio domani. Il primo anno, non avendo il patentino, lavoravo un po’ in ombra al fianco di Davide Balugani, poi la scorsa stagione ho fatto il vice a pieno titolo. Colombo-precisa Paolo Zanetti-è una persona corretta e leale, che sa trasmettere valori al di là del calcio. Davvero mi ha arricchito molto».

Com’è il suo rapporto con Leo Colucci?

«Buono. Ci siamo confrontati all’inizio per capire le sue idee e il suo metodo di lavoro, perché la Berretti deve specchiarsi nella prima squadra. C'è simbiosi su tutto».

Guida una squadra da vetrina, straripante e spettacolare. Dove sta il segreto?

«Sono concentrato sulla crescita di questo gruppo, i ragazzi sono molto legati a me. Il bello del calcio è allenare proprio giovani di questa età, che attraverso il lavoro e la voglia di migliorarsi crescono giorno dopo giorno. Hanno dentro tutti una rabbia e una voglia incredibile. Spesso in allenamento li devo trattenere e rallentare, perché spaccherebbero il mondo. Loro sono come delle spugne, assorbono e interpretano la mia filosofia di gioco".

Con Cris Gilioli c'è molto affiatamento. È un vice formidabile …

«Fra me e lui c’è un rapporto speciale, per pochi mesi abbiamo anche giocato insieme nella Reggiana. Devo ringraziarlo perché mi ha permesso di frequentare con più serenità a Coverciano il corso Uefa A per allenare in Lega Pro. Due volte alla settimana prendeva in mano la squadra da solo, con i risultati che conoscete».

C'è un episodio della sua carriera di giocatore che vale sempre la pena di ricordare?

«La grossa emozione era quando arrivava il derby Toro-Juve e al venerdì venivano all'allenamento 10.000 tifosi granata. Per un atleta è una sensazione unica, un surplus di carica e adrenalina, cose che ti porti dentro».

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