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Una vita in granata e controcorrente, Camellini si racconta

di Primo Bertani
Una vita in granata e controcorrente, Camellini si racconta

REGGIO EMILIA. Tutti passano, in pochi restano, lui è l’eccezione alla regola. Dal 1960 Flaviano Camellini è ancora lì, protagonista di un universo granata che ha attraversato con bracciate di...

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REGGIO EMILIA. Tutti passano, in pochi restano, lui è l’eccezione alla regola. Dal 1960 Flaviano Camellini è ancora lì, protagonista di un universo granata che ha attraversato con bracciate di passione. Molti lo conoscono come il “santone dei campi Csi”, il suo regno, dove è partito come calciatore in erba a 10 anni di età. È stato successivamente allenatore del settore giovanile, a partire dal 1975, responsabile tecnico e organizzativo, segretario generale della Reggiana fino al luglio del 1989. Poi, un anno dopo, chiamato dal Vescovo Gilberto Baroni e da don Vittorio Chiari, dell’oratorio di Santa Croce, ha compiuto il giro opposto, tornando alle origini, come custode e responsabile del verde e della manutenzione del centro sportivo che nessuno conosce meglio di lui. Un totem per Reggio e la Reggiana, difficile sempre da catalogare. Oggi rappresenta la memoria storica della Reggiana, i suoi aneddoti sono distillati di buonumore, anche per come li rappresenta.

Dispone di uno speciale album delle figurine, fatto di 15.000 volti. Giocatori, tecnici, dirigenti, collaboratori, impressi nella testa. È sempre stato attratto da quelli che avevano un profilo basso, in linea con la sua filosofia e il suo istinto.

«I miei allenatori preferiti? Franco Fontana, Marino Perani, Alessandro Pane e Alberto Colombo». In tanti sono dietro alla lavagna, ma di quelli da isola dei famosi salva Carlo Ancelotti che aveva il garbo, quando si allenava al coperto nei capannoni, di fermarsi tutte le volte a scherzare.

«Il giocatore che ho apprezzato di più è stato Ezio Galasso-spiega-era originale, uno che pensava in completa libertà. Anche Stefano De Agostini, quello della prima squadra di Pippo Marchioro, figurava tra i miei preferiti».

Tante promesse non hanno sfondato nel mondo del pallone, Camellini l’hanno incrociato come allenatore o dirigente e devono aver superato il suo esame di vita. «Uno è Liborio Cataliotti, avvocato di fama-ricorda- un altro è il nuovo comandante della Polizia Municipale di Reggio, Stefano Poma, c'è pure Paolo Montali di Collecchio, divenuto apprezzato manager».

Negli anni d’oro della sua parabola, di oltre mezzo secolo, Camellini, che è attualmente dipendente part-time della Reggiana, ha fatto anche in tempo ad avere come giocatore Stefano Compagni, per poi ritrovarselo presidente del club.

Chi invece ha svezzato Camellini come giocatore in maglia granata sono stati Duo e Guido Mammi, diventato anche il suo pigmalione. «Flaviano giocava terzino sinistro e davanti a lui aveva Roberto Mozzini, quindi diventava dura rubargli il posto. Era comunque un giovane eccezionale -ricorda Mammi - aveva tutto di buono, sempre disponibile, anche spiccate attitudini organizzative. Da tecnico nel rapporto con i ragazzi e i genitori era unico, sapeva ascoltare, ha sempre avuto l'attitudine da psicologo, era un modello per tutti». Mammi rileva anche un retroscena che inquadra il “caratterino” di Camellini. «Quando ero al Padova lo incontrai a Milano al calciomercato. C’erano presidenti e dirigenti famosi, procuratori e giocatori vip, tutti vestiti all’ultima moda, lui come un marziano girava in ciabatte e calzoncini corti».

Una vita a volte controcorrente, Camellini stesso non lo nasconde. «Quando ho abbandonato gli impegni da segretario della Reggiana, dopo aver vinto due campionati, uno con Fogli e l’altro con Marchioro, mi sono imposto di non entrare più dentro uno stadio. Il Mapei, per esempio, l’ho visto solo dall’esterno. Ho 66 anni, sono fatto così, a modo mio».

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