L'ex Frates: «Fuori dai giochi? Ma non scherziamo»
di Adriano Arati
L'ex coach biancorosso Frates ha assistito a Grissin Bon-Avellino
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REGGIO EMILIA. «Stagioni compromesse? Non scherziamo, Reggio e Avellino possono essere protagoniste sino alla fine. E sui dualismi, io credo che per vincere ci vogliano tanti giocatori forti, un giocatore intelligente lo sa e lo accetta».
Dispensa ottimismo sul futuro biancorosso uno degli allenatori che più hanno segnato la storia reggiana, l’architetto Fabrizio Frates.
Domenica era al PalaBigi in compagnia di Virginio Bernardi ed ha assistito dal vivo al confronto fra Avellino e Reggio, due squadre convalescenti, reduci da strisce negative e da inserimenti pesanti in rosa.
Coach Frates, come ha visto Grissin Bon e Avellino?
«A me non è sembrata certo una partita fra squadre in crisi, anzi. È stata una gara combattuta fra due squadre che volevano vincere, e decisa solo da episodi ai supplementari».
Troppo allarmismo quindi in terra reggiana?
«Parliamo di squadre che hanno fatto inserimenti importanti e non facili da assimilare in tempi brevi, come Kaukenas e Logan, ma gli organici ora sono ancora migliori. È chiaro che ci vuole tempo, in situazioni simili».
A suo parere Reggio può fare strada?
«Assolutamente sì, non scherziamo nemmeno. La stagione è lunga, c’è tempo per completare gli inserimenti ed essere competitivi nel momento importante della stagione. Nel caso di Avellino, poi, tornerà anche Cusin, un bell’aiuto».
E la Grissin Bon?
Il tanto chiacchierato dualismo fra Kaukenas e le stelle italiane?
«Io sono convinto che a un giocatore debba far piacere avere compagni forti. Se vuoi vincere, devi avere una squadra con tanti giocatori forti. Certo gli equilibri sono più complessi, tutti devono fare sacrifici ma per vincere è fondamentale. Squadre costruite con pochi elementi di valore non possono fare troppa strada, punto. Un giocatore intelligente questo lo capisce e le squadre che vincono ne sono la dimostrazione».
La squadra però appare molto lontana dal passato recente. Cosa è successo?
«Semplicemente è una squadra che ha cambiato assetto, cambiando due giocatori in particolare. Uno è Lavrinovic, che dava una dimensione unica in attacco con le sue capacità».
E l’altro?
«Silins, un giocatore molto atletico che ricopriva senza problemi due ruoli e che permetteva tanta duttilità in difesa».
Domenica, oltre ai duelli fra gli esterni, si è visto anche un bel confronto sotto, fra Cervi e Fesenko. Un ritorno al passato o semplicemente squadre che possono permettersi un vero lungo?
«L’opzione buona è la seconda, qualunque squadra vorrebbe un lungo di stazza, non tutte riescono ad averlo. Avellino poi era senza Cusin, altrimenti avremmo visto un altro centro puro, mentre mi piace l’accoppiata fra Cervi e il dinamismo di Reynolds».
Oggi però di basket simile se ne vede poco.
«Certo, nel finale c’erano praticamente 10 esterni. Le grandi squadre, quelle che vincono, però hanno sempre almeno un giocatore simile. È fondamentale, anche per arginare i rivali. E contro giocatori di pari stazza i centri rendono di più, mentre soffrono contro le squadre leggere: lì spesso riescono a incidere meno di quanto “paghino” le loro dimensioni».
Torniamo a Reggio. Quindi la vede da corsa?
«Sì, può fare bene, e così Avellino. Detto questo, la grande favorita rimane Milano. Fatico a immaginare una squadra che possa batterla in sette partite. In gara singola sì, ma su una serie è quasi impossibile, è troppo lunga e ha interpreti esperti. Non è un discorso che vale solo per Reggio, ma per tutte le pretendenti. Poi, nel basket si è già visto di tutto».
©RIPRODUZIONE RISERVATA
Dispensa ottimismo sul futuro biancorosso uno degli allenatori che più hanno segnato la storia reggiana, l’architetto Fabrizio Frates.
Domenica era al PalaBigi in compagnia di Virginio Bernardi ed ha assistito dal vivo al confronto fra Avellino e Reggio, due squadre convalescenti, reduci da strisce negative e da inserimenti pesanti in rosa.
Coach Frates, come ha visto Grissin Bon e Avellino?
«A me non è sembrata certo una partita fra squadre in crisi, anzi. È stata una gara combattuta fra due squadre che volevano vincere, e decisa solo da episodi ai supplementari».
Troppo allarmismo quindi in terra reggiana?
«Parliamo di squadre che hanno fatto inserimenti importanti e non facili da assimilare in tempi brevi, come Kaukenas e Logan, ma gli organici ora sono ancora migliori. È chiaro che ci vuole tempo, in situazioni simili».
A suo parere Reggio può fare strada?
«Assolutamente sì, non scherziamo nemmeno. La stagione è lunga, c’è tempo per completare gli inserimenti ed essere competitivi nel momento importante della stagione. Nel caso di Avellino, poi, tornerà anche Cusin, un bell’aiuto».
E la Grissin Bon?
Il tanto chiacchierato dualismo fra Kaukenas e le stelle italiane?
«Io sono convinto che a un giocatore debba far piacere avere compagni forti. Se vuoi vincere, devi avere una squadra con tanti giocatori forti. Certo gli equilibri sono più complessi, tutti devono fare sacrifici ma per vincere è fondamentale. Squadre costruite con pochi elementi di valore non possono fare troppa strada, punto. Un giocatore intelligente questo lo capisce e le squadre che vincono ne sono la dimostrazione».
La squadra però appare molto lontana dal passato recente. Cosa è successo?
«Semplicemente è una squadra che ha cambiato assetto, cambiando due giocatori in particolare. Uno è Lavrinovic, che dava una dimensione unica in attacco con le sue capacità».
E l’altro?
«Silins, un giocatore molto atletico che ricopriva senza problemi due ruoli e che permetteva tanta duttilità in difesa».
Domenica, oltre ai duelli fra gli esterni, si è visto anche un bel confronto sotto, fra Cervi e Fesenko. Un ritorno al passato o semplicemente squadre che possono permettersi un vero lungo?
«L’opzione buona è la seconda, qualunque squadra vorrebbe un lungo di stazza, non tutte riescono ad averlo. Avellino poi era senza Cusin, altrimenti avremmo visto un altro centro puro, mentre mi piace l’accoppiata fra Cervi e il dinamismo di Reynolds».
Oggi però di basket simile se ne vede poco.
«Certo, nel finale c’erano praticamente 10 esterni. Le grandi squadre, quelle che vincono, però hanno sempre almeno un giocatore simile. È fondamentale, anche per arginare i rivali. E contro giocatori di pari stazza i centri rendono di più, mentre soffrono contro le squadre leggere: lì spesso riescono a incidere meno di quanto “paghino” le loro dimensioni».
Torniamo a Reggio. Quindi la vede da corsa?
«Sì, può fare bene, e così Avellino. Detto questo, la grande favorita rimane Milano. Fatico a immaginare una squadra che possa batterla in sette partite. In gara singola sì, ma su una serie è quasi impossibile, è troppo lunga e ha interpreti esperti. Non è un discorso che vale solo per Reggio, ma per tutte le pretendenti. Poi, nel basket si è già visto di tutto».
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