«Solo se si fanno sacrifici si può ambire alla vittoria»
di Adriano Arati
Il numero 13 della Grissin Bon ha spento le candeline con la stessa routine Ieri in palestra ha dispensato qualche sorriso in più visti i tanti auguri ricevuti
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REGGIO EMILIA. «Competizione» e «sacrificio». Compleanno o non compleanno, le parole chiave per Rimantas Kaukenas non cambiano mai, nè mai cambieranno. Ieri il fuoriclasse lituano, uno dei giocatori più forti degli ultimi 15 anni di basket italiano, ha festeggiato il 40esimo compleanno mantenendo la medesima routine. Sempre il primo all’allenamento e nella preparazione, solo qualche sorriso in più. Inevitabile, visto che chiunque – dai ragazzi dell’Under in su – lo hanno omaggiato per l’anniversario. «Ma io non sono uno che dà molta importanza a queste cose, anche se mi rendo conto la cifra tonda è diversa, è un bel traguardo».
La costante, in questi 40 anni, si chiama basket. O no?
«Sì, ho iniziato a giocare a 6, 7 anni, e non ho mai smesso. In Lituania era normale iniziare a quell’età».
Il difficile forse era continuare, negli anni della separazione dell’Urss?
«Noi volevamo solo giocare. Volevamo solo giocare, anche se poi in quegli anni la pallacanestro per la Lituania è diventata qualcosa di più, qualcosa di più importante».
In che senso?
«Era un modo di dire che esistevamo. Il momento più importante sono state le Olimpiadi del 1992, quando abbiamo conquistato il bronzo, abbiamo fatto vedere di essere fra i più forti».
“L’altro Dream Team”, la leggenda di Sabonis, Marciulonis, Kurtinaitis. Quando ha inciso quella squadra su voi ragazzi?
«Tantissimo, hanno fatto vedere che la Lituania esisteva, la pallacanestro ha ricordato al mondo che c’eravamo. Ci ha dato ancora più determinazione».
Una voglia che giovanissimo l’ha spinta negli Usa, all’high school e al college. Era l’unica via?
«In quegli anni sì. La situazione in Lituania non era facile, e la possibilità di andare a giocare e a studiare in contemporanea ad alto livello era troppo importante per non prenderla».
Lì ha iniziato il suo tour, sino all'Italia, nel 2004.
«Mi hanno chiamato Bruno Arrigoni e Pino Sacripanti, e poi c’è stata Siena».
Con tutti i vostri trionfi. In 18 anni di carriera, qual è il rimpianto più grande?
«Se penso ai club, non aver mai vinto una Euroleague con Siena. Ci siamo andati vicini, eravamo fortissimi in difesa, in un’occasione eravamo i favoriti, ma ci sono tanti fattori da mettere insieme».
E le rivali erano forti.
«Fortissime, era una grande competizione e noi eravamo sempre lì».
C’era Siena e c’era la Lituania. I ricordi lì dove portano?
«Alle Olimpiadi e agli Europei. C’erano tante squadre molto forti, soprattutto in Europa, se ci penso adesso è stato davvero emozionante fare quelle competizioni».
Cantù, Siena, Reggio. Quanta Italia c’è in Kaukenas?
«L’Italia è la mia seconda casa, qui sono cresciuto, qui ho costruito la mia famiglia, qui sono nate le mie figlie, il legame con l'Italia non si romperà mai».
Una pausa di qualche mese, almeno dal basket italiano, se l'è presa col ritiro.
«Ero stanco e logorato dal problema alla spalla. Era stata un’annata difficilissima, per me, convivere con l’infortunio alla spalla è stato durissimo, e non c’erano nemmeno certezze sull'esito dell’operazione».
Poi la voglia di basket è tornata?
«È la voglia di competizione, prima di tutto. La competizione era quella che mi mancava più di tutto e alla fine sono tornato».
La sua famiglia come l’ha presa?
«Bene, loro mi conoscono, lo sanno come sono, sanno cosa mi mancava».
Adesso è in gran forma, e continua a curare il suo corpo come nessuno. Come fa?
«È questione di abitudine e di costanza. E di conoscenza di sè, di autoanalisi».
Autoanalisi?
«Sì, col tempo sai sempre meglio come reagisce il tuo corpo, sai cosa devi fare e come farlo per essere al massimo».
E adesso siamo di nuovo qui. Ha pensato al futuro?
«Per adesso proprio non voglio pensarci, pensiamo solo ad andare avanti senza fare grandi piani».
Prima o poi il congedo ci sarà. Prima vuole regalare uno scudetto a Reggio?
«Eh, magari, ma per quello ci vogliono tanti fattori e tante persone. Uno scudetto non lo vince mai un giocatore solo. E bisogna fare tanti sacrifici».
Quanti?
«Tanti, senza sacrifici non si va avanti, quella è la chiave. Chissà, vedremo cosa arriverà».
La costante, in questi 40 anni, si chiama basket. O no?
«Sì, ho iniziato a giocare a 6, 7 anni, e non ho mai smesso. In Lituania era normale iniziare a quell’età».
Il difficile forse era continuare, negli anni della separazione dell’Urss?
«Noi volevamo solo giocare. Volevamo solo giocare, anche se poi in quegli anni la pallacanestro per la Lituania è diventata qualcosa di più, qualcosa di più importante».
In che senso?
«Era un modo di dire che esistevamo. Il momento più importante sono state le Olimpiadi del 1992, quando abbiamo conquistato il bronzo, abbiamo fatto vedere di essere fra i più forti».
“L’altro Dream Team”, la leggenda di Sabonis, Marciulonis, Kurtinaitis. Quando ha inciso quella squadra su voi ragazzi?
«Tantissimo, hanno fatto vedere che la Lituania esisteva, la pallacanestro ha ricordato al mondo che c’eravamo. Ci ha dato ancora più determinazione».
Una voglia che giovanissimo l’ha spinta negli Usa, all’high school e al college. Era l’unica via?
«In quegli anni sì. La situazione in Lituania non era facile, e la possibilità di andare a giocare e a studiare in contemporanea ad alto livello era troppo importante per non prenderla».
Lì ha iniziato il suo tour, sino all'Italia, nel 2004.
«Mi hanno chiamato Bruno Arrigoni e Pino Sacripanti, e poi c’è stata Siena».
Con tutti i vostri trionfi. In 18 anni di carriera, qual è il rimpianto più grande?
«Se penso ai club, non aver mai vinto una Euroleague con Siena. Ci siamo andati vicini, eravamo fortissimi in difesa, in un’occasione eravamo i favoriti, ma ci sono tanti fattori da mettere insieme».
E le rivali erano forti.
«Fortissime, era una grande competizione e noi eravamo sempre lì».
C’era Siena e c’era la Lituania. I ricordi lì dove portano?
«Alle Olimpiadi e agli Europei. C’erano tante squadre molto forti, soprattutto in Europa, se ci penso adesso è stato davvero emozionante fare quelle competizioni».
Cantù, Siena, Reggio. Quanta Italia c’è in Kaukenas?
«L’Italia è la mia seconda casa, qui sono cresciuto, qui ho costruito la mia famiglia, qui sono nate le mie figlie, il legame con l'Italia non si romperà mai».
Una pausa di qualche mese, almeno dal basket italiano, se l'è presa col ritiro.
«Ero stanco e logorato dal problema alla spalla. Era stata un’annata difficilissima, per me, convivere con l’infortunio alla spalla è stato durissimo, e non c’erano nemmeno certezze sull'esito dell’operazione».
Poi la voglia di basket è tornata?
«È la voglia di competizione, prima di tutto. La competizione era quella che mi mancava più di tutto e alla fine sono tornato».
La sua famiglia come l’ha presa?
«Bene, loro mi conoscono, lo sanno come sono, sanno cosa mi mancava».
Adesso è in gran forma, e continua a curare il suo corpo come nessuno. Come fa?
«È questione di abitudine e di costanza. E di conoscenza di sè, di autoanalisi».
Autoanalisi?
«Sì, col tempo sai sempre meglio come reagisce il tuo corpo, sai cosa devi fare e come farlo per essere al massimo».
E adesso siamo di nuovo qui. Ha pensato al futuro?
«Per adesso proprio non voglio pensarci, pensiamo solo ad andare avanti senza fare grandi piani».
Prima o poi il congedo ci sarà. Prima vuole regalare uno scudetto a Reggio?
«Eh, magari, ma per quello ci vogliono tanti fattori e tante persone. Uno scudetto non lo vince mai un giocatore solo. E bisogna fare tanti sacrifici».
Quanti?
«Tanti, senza sacrifici non si va avanti, quella è la chiave. Chissà, vedremo cosa arriverà».
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