«Dovremo fare la partita della vita»
di Luca Cavazzoni
Prima Categoria, il tecnico del Cadelbosco Giovanni Ferrari vuole la salvezza
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REGGIO EMILIA. Tutta una stagione in una sola partita. Per la seconda annata di fila, il Cadelbosco dovrà giocarsi la salvezza ai playout. Per restare in Prima categoria l’imperativo è sbancare Reggiolo, come un anno fa a Cella. «Dovremo fare la gara della vita- tuona mister Giovanni Ferrari -per noi è una finale. Ora voltarsi indietro non serve, bisogna resettare tutto. È una partita a se stante, dove avremo un solo risultato a disposizione. Giocheremo per vincere, bisogna dare il massimo per essere poi a posto con la coscienza».
Che Reggiolo si aspetta?
«Saremo su un terreno difficile, troveremo una squadra in salute. Provengono da due vittorie ed un pareggio, potranno sfruttare il fattore campo. A loro vanno bene due risultati, rispetto a noi avranno la mente sicuramente più libera e serena».
Ad un certo punto sembrava possibile una salvezza diretta.
«Ci eravamo messi in carreggiata, compiendo un mezzo miracolo. Nelle ultime quattro o cinque partite abbiamo gettato al vento la possibilità di uscire dai playout. Sono emersi degli evidenti limiti caratteriali, in campo abbiamo pensato più alle polemiche che non a giocare al calcio. Peccato, perché abbiamo fatto anche dei grandi risultati».
Come se lo spiega?
«Se la squadra avesse il mio temperamento, allora saremmo salvi da un mese e mezzo. Io quando vengo chiamato in causa ci metto anima e cuore, tralasciando a volte anche la famiglia che resta sempre il mio bene più prezioso. Lo spogliatoio comunque è unito, anche se a volte sono emerse alcuni ruggini. Il problema non era solo Cifarelli. Con gli ultimi risultati negativi abbiamo perso autostima. Ci siamo un po’ appannati, come conseguenza è subentrata la paura».
Come si prepara un playout del genere?
«Servono cuore, determinazione, voglia di saltarci fuori e grande attaccamento ai colori della nostra maglia. Cercherò di tirare fuori il meglio da ogni giocatore. Dovremo dimostrare di volerci salvare, dovrò capire chi mettere in campo per avere tali garanzie. Poi subentreranno altre componenti, in primis la fortuna. C’è da lavorare nella testa dei giocatori, ma poi in campo ci andranno loro».
Personalmente quanto tiene a questa salvezza?
«In questi mesi ho dimostrato amore nei confronti del Cadelbosco, società che ho sempre ammirato. Nel nostro piccolo abbiamo creato una famiglia».
Un’ultima riflessione. L’atteggiamento della FalkGalileo domenica scorsa ha lasciato un po’ perplessi.
«Dopo un quarto d’ora eravamo sotto di due gol, non c’era motivo perché infierissero su di noi. Sono in finale di Coppa, sapevano che l’Igea Marina stava vincendo il proprio campionato. Onorare gli impegni fa parte del gioco, ma tra società a tre chilometri di distanza è stato esagerato. Io però cammino sempre a testa alta, non pretendo regali da nessuno. Sono il primo a ripeterlo spesso, nel calcio come nella vita i traguardi vanno guadagnati. Ho però anche una memoria da elefante, che mi porta a ricordare tutto nei minimi dettagli. Il calcio è anche una ruota che gira. Quello che oggi sta succedendo a noi- sottolinea l’allenatore del Cadelbosco- un domani potrebbe accadere a loro». (l.c.)
Che Reggiolo si aspetta?
«Saremo su un terreno difficile, troveremo una squadra in salute. Provengono da due vittorie ed un pareggio, potranno sfruttare il fattore campo. A loro vanno bene due risultati, rispetto a noi avranno la mente sicuramente più libera e serena».
Ad un certo punto sembrava possibile una salvezza diretta.
«Ci eravamo messi in carreggiata, compiendo un mezzo miracolo. Nelle ultime quattro o cinque partite abbiamo gettato al vento la possibilità di uscire dai playout. Sono emersi degli evidenti limiti caratteriali, in campo abbiamo pensato più alle polemiche che non a giocare al calcio. Peccato, perché abbiamo fatto anche dei grandi risultati».
Come se lo spiega?
«Se la squadra avesse il mio temperamento, allora saremmo salvi da un mese e mezzo. Io quando vengo chiamato in causa ci metto anima e cuore, tralasciando a volte anche la famiglia che resta sempre il mio bene più prezioso. Lo spogliatoio comunque è unito, anche se a volte sono emerse alcuni ruggini. Il problema non era solo Cifarelli. Con gli ultimi risultati negativi abbiamo perso autostima. Ci siamo un po’ appannati, come conseguenza è subentrata la paura».
Come si prepara un playout del genere?
«Servono cuore, determinazione, voglia di saltarci fuori e grande attaccamento ai colori della nostra maglia. Cercherò di tirare fuori il meglio da ogni giocatore. Dovremo dimostrare di volerci salvare, dovrò capire chi mettere in campo per avere tali garanzie. Poi subentreranno altre componenti, in primis la fortuna. C’è da lavorare nella testa dei giocatori, ma poi in campo ci andranno loro».
Personalmente quanto tiene a questa salvezza?
«In questi mesi ho dimostrato amore nei confronti del Cadelbosco, società che ho sempre ammirato. Nel nostro piccolo abbiamo creato una famiglia».
Un’ultima riflessione. L’atteggiamento della FalkGalileo domenica scorsa ha lasciato un po’ perplessi.
«Dopo un quarto d’ora eravamo sotto di due gol, non c’era motivo perché infierissero su di noi. Sono in finale di Coppa, sapevano che l’Igea Marina stava vincendo il proprio campionato. Onorare gli impegni fa parte del gioco, ma tra società a tre chilometri di distanza è stato esagerato. Io però cammino sempre a testa alta, non pretendo regali da nessuno. Sono il primo a ripeterlo spesso, nel calcio come nella vita i traguardi vanno guadagnati. Ho però anche una memoria da elefante, che mi porta a ricordare tutto nei minimi dettagli. Il calcio è anche una ruota che gira. Quello che oggi sta succedendo a noi- sottolinea l’allenatore del Cadelbosco- un domani potrebbe accadere a loro». (l.c.)
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