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Giannetto e Guglielmo erano come fratelli 

di Massimo Sesena
Giannetto e Guglielmo erano come fratelli 

Cimurri, Fanticini e il Giro nei ricordi dei figli Giorgio e Ezio

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REGGIO EMILIA. «Erano come fratelli, Guglielmo e Giannetto» dice Ezio, il figlio di “Memi” Fanticini, scartabellando tra le foto in bianco e nero di papà. Papà con il taccuino in mano che intervista Gimondi, Papà con i pantaloni alla zuava al traguardo di un Gran Premo della Montagna. Papà in foto sulla Gazzetta, un giorno di maggio di 35 anni fa, stroncato da un infarto a Caserta, mentre seguiva per la Rcs Corse il Giro d’Italia. Guglielmo e Giannetto erano come due fratelli uniti dalla passione per lo sport, e come fratelli adulti si ritrovavano ogni anno a quello che era il loro Natale, ovvero la Corsa rosa.
«Per mio padre - dice Giorgio Cimurri - l’avvicinarsi del Giro era qualcosa di speciale, una energia che riempiva la casa. E soprattutto era in cucina che si avvertiva che la Corsa stava per arrivare. Perché era lì che mio padre preparava i sacchetti per i corridori. Cosa c’era dentro quei sacchetti? Piccole torte di riso e piccole crostate che mio padre commissionava a un forno del centro di Reggio. I corridori ne andavano matti e lui non gliele faceva mai mancare, portando questo pezzo di Reggio in tutta l’Italia». Poi però, papà spariva. E accadeva in casa Cimurri come in casa Fanticini: «Io e mio fratello Chiarino, da piccoli ci piantavamo davanti la tivù per cercare di vederlo, inquadrato da qualche telecamera: non era facile perché mio padre non era quasi mai sotto i riflettori. Ci fu un anno però che un corridore di cui lui era al seguito, Vito Taccone, vinse quattro tappe di fila e questo aumentava dei molto le possibilità di vedere nostro padre. E così fu, anche se solo per un attimo. Poi, diventati più grandi io e Chiarino ci mettevamo sulla curva di una salita per vederlo arrivare, correndo, a sostenere il suo corridore».
«Quando arrivava la stagione delle corse - ricorda Ezio Fanticini - per papà iniziavano le ferie. E spariva, letteralmente». Il giornalista che a Reggio non si perdeva nessun match di nessuno sport, soprattutto se “minore”, al Giro diventava il cronista principe e la voce di Radio Tappa. «Gli studi classici, da notaio mancato, una passione incredibile per la lettura - ricorda Ezio - tutte qualità che gli permettevano, ad ogni tappa, di raccontare una storia di quei luoghi che il giro toccava. Cultura per promuovere il territorio, si direbbe oggi». Poi quel maledetto 18 maggio (!) di 35 anni fa, Radio Tappa smette di trasmettere. Un guasto. Il cuore di Memi smette di battere. «Io - ricorda Ezio - ero in Gazzetta e stavo lavorando al Torneo Cavazzoli, quando mi arrivò la telefonata da Caserta. Mi dissero che papà si era sentito male. Partii assieme a mio zio su una 128. All’ospedale mi venne incontro Vincenzo Torriani, mi abbracciò senza parlare. Il giorno dopo il Giro si fermò: per volontà degli organizzatori della Corsa fu celebrata una messa nel Duomo di Caserta: ricordo che rimasi colpito dalla chiesa e dalla piazza gremite di gente».
massimosesena. ©RIPRODUZIONE RISERVATA

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