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IL BAMBINO CON L’ACQUA SPORCA

IL BAMBINO CON L’ACQUA SPORCA

È andata come doveva e, sicuramente, come è giusto che dovesse andare. Perché, gira gira, il campo non mente mai.E sul campo, quello di casa rinnovato e imbellettato per l’occasione, la Grissin Bon s’...

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È andata come doveva e, sicuramente, come è giusto che dovesse andare. Perché, gira gira, il campo non mente mai.
E sul campo, quello di casa rinnovato e imbellettato per l’occasione, la Grissin Bon s’è vista sfuggire il successo anche nella terza sfida dei quarti playoff con Avellino, chiudendo anzitempo una stagione tormentata.
Boccone amaro da ingoiare era il sesto posto al termine della regular season e indigesta è adesso l’eliminazione dai quarti. Ma con merito in semifinale ci sono andati i lupi di Sacripanti, mentre Reggio resta lì, attaccata ad altri per riconquistarsi quel posto in Europa strappatole in malo modo l’estate scorsa.
Che ci sia la coppa o meno, la questione calda ora è però un’altra: ci sarà la rivoluzione che in tanti chiedono a gran voce? E di che portata sarà? Anche se decisioni vere non ne sono state ancora prese, queste sarebbero all’orizzonte.
Resettare per ripartire da capo o quasi, comporterebbe però il rischio che assieme all’acqua sporca si getti anche il bimbo che con infiniti sforzi s’è fatto crescere.
«S’è chiuso un ciclo» era il commento generale che, nella mestizia del post gara 3, accompagnava il defluire del pubblico dal Bigi.
Del resto quello dei cicli che s’aprono e si chiudono, è un consunto luogo comune dello sport. Focalizzarsi su questa visione, qui e adesso, potrebbe però rivelarsi un errore imperdonabile.
Pensare a un’era che tramonta significa dimenticare che a Reggio, al contrario di un’infinità di altre realtà, c’è una progettualità che trascende i cicli.
Qui il motore è un’idea forte - lo scommettere sempre e comunque sui giovani e sugli italiani - che ha portato due finali scudetto, un trofeo internazionale in bacheca e pure una Supercoppa italiana a farle compagnia.
Potranno avere altri volti i protagonisti che verranno, ma questi dovranno capire che prima di tutto serve il coraggio di portare avanti un progetto che va oltre alle stagioni e pure ai risultati. Un progetto che non nasce e muore nel giro di una manciata di stagioni. E che bisogna sposare nella buona e nella cattiva sorte, perché è il “modo di essere” che fa del club biancorosso un’unicità da preservare anche se, come quest’anno, qualcosa non funziona, il motore s’inceppa e la stagione muore in una grande delusione. Perché poi gli alti e bassi ci sono sempre e ovunque. Le idee forti, no.

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