il numero uno della grande inter
Addio al portiere di ghiaccio Il calcio italiano piange Sarti
ROMA. Sarti, Burgnich, Facchetti, Bedin, Guarneri, Picchi... È come il 'do re mi fa sol', una filastrocca che contrassegnava la Grande Inter, capace di salire sul tetto del mondo. Ieri se n'è andato...
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ROMA. Sarti, Burgnich, Facchetti, Bedin, Guarneri, Picchi... È come il 'do re mi fa sol', una filastrocca che contrassegnava la Grande Inter, capace di salire sul tetto del mondo. Ieri se n'è andato un altro di quegli eroi in bianco e nero, Giuliano Sarti, che Gianni Brera descrisse come «talento impeccabile del piazzamento», dotato di «attenta e costante concentrazione, tempismo perfetto, sicurezza eccezionale», dopo averlo visto per la prima volta fra i pali. Il “Portiere di ghiaccio” si è sciolto in una mattina di fine primavera, un giorno prima del 53esimo anniversario dello spareggio-scudetto perso nel 1964 dall'Inter, nell'Olimpico di Roma, contro il Bologna. Dopo essersi imposto nella Fiorentina, contribuendo alla conquista del primo storico scudetto nella stagione 1955/56, e dopo nove anni di amorevole militanza viola, Sarti fu quasi costretto a trasferirsi all'Inter dall'avvento di uno scalpitante Enrico Albertosi. «A Milano arrivò da calciatore maturo e portiere affermato», ricorda Sandro Mazzola. «Io ero un ragazzino, lui e Picchi trovarono ben presto l'intesa, su quell'asse vennero costruite le fortune dell'Inter - racconta Mazzola -. La nostra difesa, con Burgnich, Facchetti, Guarneri... Era una specie di litania. Sarti è stato un grande portiere e un grande uomo, che aveva un modo tutto suo di stare in porta. Un giorno gli chiesi perché si muoveva un attimo dopo che l'avversario scagliasse il pallone e lui mi rispose di voler avere fino alla fine la percezione di quello che sarebbe accaduto. In ogni caso, si faceva trovare sempre pronto». Nell'Inter vinse tutto, ma la sua permanenza in nerazzurro si chiuse con due macchie: la sconfitta nella finale della Coppa dei Campioni 1967, contro il Celtic (in rimonta 2-1) a Lisbona e, soprattutto, l'errore del primo giugno, a Mantova, dove l'Inter perse lo scudetto per una papera proprio di Sarti. Chiuse la carriera proprio nella Juve, alla corte di un altro Herrera (Heriberto), facendo il secondo di Anzolin, nell'attesa che sbocciasse il giovane Roberto Tancredi.
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