celso immovilli
«Basta con la pallacanestro ho la licenza, guido il taxi»
di Riccardo Bellelli
REGGIO EMILIA. Uno degli allenatori che hanno scritto pagine importanti della storia del basket reggiano ha deciso di lasciare.Celso Immovilli ha dato molto al basket, specialmente in piazze come...
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REGGIO EMILIA. Uno degli allenatori che hanno scritto pagine importanti della storia del basket reggiano ha deciso di lasciare.
Celso Immovilli ha dato molto al basket, specialmente in piazze come Castelnovo Monti e San Polo dove ha trascorso diversi anni dando la sua impronta alle squadre.
Iniziò come vice di Piatti e Grisanti a Scandiano per poi diventare capo allenatore a Poviglio in Promozione quindi a Montecchio, Castelnovo Monti e infine San Polo occupandosi sia di prima squadra che di settore giovanile.
Tanti sperano in un suo ripensamento ma per adesso Immovilli è deciso: «A 46 anni - dice - ho deciso di guardare le cose da un punto di vista diverso, ho lottato per avere la licenza di tassista a Reggio e ora ho deciso di lasciare per dedicarmi a questo nuovo lavoro che mi affascina perché mi è sempre piaciuto lavorare a contatto con la gente».
Certo non sarà come prima...
«Ora non ci saranno più le emozioni legate a vittorie e sconfitte ma c’è un lavoro da fare bene e lo farò con gioia. Vi dico una cosa, vincere un campionato, salvarsi all’ultimo minuto, raggiungere l’obiettivo stagionale, sono emozioni che non cambiano con la categoria, che tu sia in Eurolega o in serie D».
Cosa le ha dato il basket?
“Molto. Anche nelle situazioni negative come l’esonero a Montecchio o la retrocessione con San Polo. Quando inizi ad allenare parti con mille certezze, l’esonero mi ha insegnato a cambiare quelle certezze e questo mi è servito da lezione per le esperienze successive. Le persone che ho conosciuto in questo mondo mi hanno insegnato molto, mi hanno aiutato a raggiungere dei successi e ad essere quello che sono. Il basket è stato il mio miglior amico, anche nei momenti più bui della mia vita».
I momenti più belli della sua carriera?
«I campionati vinti con Castelnovo Monti e San Polo, entrambi non preventivati».
Quello di serie D vinto con San Polo le ha lasciato un po’ di amaro in bocca visto che poi non avete disputato la serie C?
«Mi è dispiaciuto ma in quel momento il presidente prese la decisione più logica. Decidemmo di puntare sui giovani per dare un futuro alla società e non fare il passo più lungo della gamba. Una scelta giusta, che ha dato anche dei frutti. Ora abbiamo diversi ragazzi nostri in prima squadra e con il vivaio ci siamo tolti qualche soddisfazione».
Sente dei aver scritto una pagina importante per il basket a Castelnovo Monti? La società ha avuto il grande boom con lei in panchina.
«In realtà sono io che devo ringraziare Baccarani e quelli che hanno creduto in me. Mi hanno dato fiducia dopo un esonero e il segreto del successo è stato che sia loro che io eravamo affamati di basket e ci siamo trovati ad una tavola dove c’erano tutti gli ingredienti, cioè i giocatori, per poter banchettare bene. Il campionato vinto è stato fantastico ma io ero solo un ingranaggio del meccanismo. A Castelnovo Monti ho vissuto anni splendidi in un clima molto famigliare e positivo che c’è ancora adesso e non a caso è arrivata un’altra promozione».
C’è qualche giocatore che le è rimasto nel cuore?
«Ce ne sono diversi ma non cito nessuno perché rischierei di scordarmi di qualcuno facendogli un torto. Ringrazio i presidenti che ho avuto e che mi hanno aiutato molto in carriera,Regnani, Baccarani e Margini e cito un allenatore: Gigi Piatti. Sono fiero di averlo come amico, mi è stato vicino e mi ha dato ottimi consigli quando ne avevo bisogno».
Che basket lascia?
«Un basket in sofferenza. Credo che sia mancato il ricambio generazionale. Vedo ancora nelle minors giocatori di 40 anni che sono colonne portanti. Bisogna chiedersi dove abbiamo sbagliato. Penso che al di là della parte tecnica, il compito oggi di un allenatore sia trasmettere ai ragazzi la passione per il gioco del basket, facendogli preferire spendere tempo palleggiando anziché attaccati ad uno smartphone o alla playstation. Troppo spesso le società hanno puntato moltissimo sulla prima squadra perché dà immediatamente un ritorno di immagine dimenticano un po’ le giovanili dove i risultati sono incerti e arrivano a lungo termine e dopo molti investimenti. In più il mondo cambia e se una volta con i ragazzi del paese facevi una squadra, ora spesso i giovani devono trasferirsi per lavoro interrompendo la crescita cestistica e il rapporto con la squadra di origine. Le nostre società fan sempre più fatica a eccellere e alcune piazze importanti sono sparite, un brutto segnale».
E’ sicuro della scelta fatta?
«Sì. Mi auguro solo di aver lasciato un buon ricordo».
Vuole ringraziare qualcuno?
«Si, mia figlia che non era appassionata di basket ma mi ha sempre sopportato e supportato. Mi ha seguito in tutte le mie avventure in palestra e per me è stata molto importante».
©RIPRODUZIONE RISERVATA
Celso Immovilli ha dato molto al basket, specialmente in piazze come Castelnovo Monti e San Polo dove ha trascorso diversi anni dando la sua impronta alle squadre.
Iniziò come vice di Piatti e Grisanti a Scandiano per poi diventare capo allenatore a Poviglio in Promozione quindi a Montecchio, Castelnovo Monti e infine San Polo occupandosi sia di prima squadra che di settore giovanile.
Tanti sperano in un suo ripensamento ma per adesso Immovilli è deciso: «A 46 anni - dice - ho deciso di guardare le cose da un punto di vista diverso, ho lottato per avere la licenza di tassista a Reggio e ora ho deciso di lasciare per dedicarmi a questo nuovo lavoro che mi affascina perché mi è sempre piaciuto lavorare a contatto con la gente».
Certo non sarà come prima...
«Ora non ci saranno più le emozioni legate a vittorie e sconfitte ma c’è un lavoro da fare bene e lo farò con gioia. Vi dico una cosa, vincere un campionato, salvarsi all’ultimo minuto, raggiungere l’obiettivo stagionale, sono emozioni che non cambiano con la categoria, che tu sia in Eurolega o in serie D».
Cosa le ha dato il basket?
“Molto. Anche nelle situazioni negative come l’esonero a Montecchio o la retrocessione con San Polo. Quando inizi ad allenare parti con mille certezze, l’esonero mi ha insegnato a cambiare quelle certezze e questo mi è servito da lezione per le esperienze successive. Le persone che ho conosciuto in questo mondo mi hanno insegnato molto, mi hanno aiutato a raggiungere dei successi e ad essere quello che sono. Il basket è stato il mio miglior amico, anche nei momenti più bui della mia vita».
I momenti più belli della sua carriera?
«I campionati vinti con Castelnovo Monti e San Polo, entrambi non preventivati».
Quello di serie D vinto con San Polo le ha lasciato un po’ di amaro in bocca visto che poi non avete disputato la serie C?
«Mi è dispiaciuto ma in quel momento il presidente prese la decisione più logica. Decidemmo di puntare sui giovani per dare un futuro alla società e non fare il passo più lungo della gamba. Una scelta giusta, che ha dato anche dei frutti. Ora abbiamo diversi ragazzi nostri in prima squadra e con il vivaio ci siamo tolti qualche soddisfazione».
Sente dei aver scritto una pagina importante per il basket a Castelnovo Monti? La società ha avuto il grande boom con lei in panchina.
«In realtà sono io che devo ringraziare Baccarani e quelli che hanno creduto in me. Mi hanno dato fiducia dopo un esonero e il segreto del successo è stato che sia loro che io eravamo affamati di basket e ci siamo trovati ad una tavola dove c’erano tutti gli ingredienti, cioè i giocatori, per poter banchettare bene. Il campionato vinto è stato fantastico ma io ero solo un ingranaggio del meccanismo. A Castelnovo Monti ho vissuto anni splendidi in un clima molto famigliare e positivo che c’è ancora adesso e non a caso è arrivata un’altra promozione».
C’è qualche giocatore che le è rimasto nel cuore?
«Ce ne sono diversi ma non cito nessuno perché rischierei di scordarmi di qualcuno facendogli un torto. Ringrazio i presidenti che ho avuto e che mi hanno aiutato molto in carriera,Regnani, Baccarani e Margini e cito un allenatore: Gigi Piatti. Sono fiero di averlo come amico, mi è stato vicino e mi ha dato ottimi consigli quando ne avevo bisogno».
Che basket lascia?
«Un basket in sofferenza. Credo che sia mancato il ricambio generazionale. Vedo ancora nelle minors giocatori di 40 anni che sono colonne portanti. Bisogna chiedersi dove abbiamo sbagliato. Penso che al di là della parte tecnica, il compito oggi di un allenatore sia trasmettere ai ragazzi la passione per il gioco del basket, facendogli preferire spendere tempo palleggiando anziché attaccati ad uno smartphone o alla playstation. Troppo spesso le società hanno puntato moltissimo sulla prima squadra perché dà immediatamente un ritorno di immagine dimenticano un po’ le giovanili dove i risultati sono incerti e arrivano a lungo termine e dopo molti investimenti. In più il mondo cambia e se una volta con i ragazzi del paese facevi una squadra, ora spesso i giovani devono trasferirsi per lavoro interrompendo la crescita cestistica e il rapporto con la squadra di origine. Le nostre società fan sempre più fatica a eccellere e alcune piazze importanti sono sparite, un brutto segnale».
E’ sicuro della scelta fatta?
«Sì. Mi auguro solo di aver lasciato un buon ricordo».
Vuole ringraziare qualcuno?
«Si, mia figlia che non era appassionata di basket ma mi ha sempre sopportato e supportato. Mi ha seguito in tutte le mie avventure in palestra e per me è stata molto importante».
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