«Genitori, fermate la follia del calciomercato»
di Alessandro Zelioli
Il presidente della Terre Matildiche ha scritto alle famiglie dei tesserati per porre fine alla diaspora
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QUATTRO CASTELLA. Ha scritto una lettera alle famiglie ed agli atleti della Polisportiva Terre Matildiche, passata inosservata, perché in qualche modo, la missiva del Presidente Sergio Fedi, scopre il nervo di un sistema dello sport, malato. Una “malattia”, spesso, colpa degli stessi genitori che non riescono a trasmettere i valori puri dello sport, restando invece vittime del risultato e di qualche rimborso spesa scambiato per l’ingaggio.
«La lettera _ ha detto Sergio Fedi, ex portiere, da oltre un lustro alla guida della Polisportiva _ è una provocazione. Siamo tra le società dilettantistiche di riferimento per i professionisti. Abbiamo calcio e pallavolo, con ragazzi di 5 anni fino agli Allievi. La prima squadra l’abbiamo abbandonata per dedicarci al nostro progetto».
Quale?
«Investire sugli allenatori (l’ex portiere granata, Sergio Eberini, è da dieci anni il tecnico dei portieri della società, ndr) che cambiamo quando non sono allineati con i nostri intendimenti. I risultati ottenuti sia nel settore scolastico del calcio che nella pallavolo, lo dimostrino. Quest’anno abbiamo vinto con gli Esordienti la Coppa dei Campioncini dopo 33 partecipazioni senza esserci riusciti. Evidentemente, però, qualcosa stiamo evidentemente sbagliando».
Cosa sbagliate, secondo lei?
«Come ogni estate parte il mercato neanche fossimo professionisti. Io che ho vissuto e amato lo sport di un’altra epoca, credo ancora nell’attaccamento alla maglia come valore. Invece, in pochi giorni, parte del nostro lavoro svanisce perchè qualcuno, probabilmente più furbo di noi chiama l’atleta, lo lusinga ad andare in un’altra società. E noi ci chiediamo perché ed in cosa abbiamo sbagliato».
Si è dato una risposta?
«L’abbiamo chiesto ai genitori. Rispondono con la società tutto bene, con l’allenatore nessun problema. Ma al perché vanno via, le risposte sono variegate, con un comune denominatore: per andare in una squadra più competitiva».
Fin qui, nulla di male. Il compito di una squadra dilettantistica, non è quello di far crescere i giovani per poi lasciarli andare?
«Certo, ma se un atleta è bravo, i professionisti lo cercano e vengono a prenderlo comunque. Abbiamo ragazzi a Sassuolo, alla Reggiana, al Carpi, oltre a quelli nelle prime squadre dei dilettanti. In quel caso, siamo i primi a indirizzarli e supportarli, dialogando coi genitori e con i ragazzi stessi. Anzi, spesso siamo noi a segnalarli alle società importanti pur sapendo che non sempre i professionisti scelgono bene. Ma cosa vuol dire squadra più competitiva? Cos’è la competizione?».
Lo dica lei...
«Uno slogan fatto per ingannare chi, lusingato, si lascia abbindolare. Abbiamo tanti ragazzi che sono andati via, per poi chiederci di tornare indietro. Alcuni, poi, sono stati costretti dai genitori ad andare via, solo per un rimborso spese, cercando supporto nei nostri allenatori per convincerli ad abbandonare il gruppo di amici. Il risultato? Dopo un paio d’anni, hanno smesso con lo sport. Uno dei dati su cui abbiamo recentemente ragionato in una riunione al Coni: tantissimi ragazzini tra i 14 ed i 18 anni, quando capiscono che non sfonderanno, smettono per sempre. Pochissimi cambiano disciplina».
Un aspetto sicuramente preoccupante...
«Per questo mi sono rivolto alle famiglie. Possibile che non conti l’amicizia, il crescere insieme e il lottare per vincere anche quando sulla carta si è più deboli? Questa è la competizione. Credo che una sola vittoria in un campionato con gli amici partendo da ultimi della classe, sia più bella e rimanga dentro, più che vincere tutte le partite per mancanza di avversari. Quelli che arrivano sempre ultimi, allora, dovrebbero ritirarsi? Una cosa, però, mi da fastidio».
Forse le motivazioni dei genitori?
«Esatto. Mi dicono: vogliamo fargli fare nuove esperienze. Io dico: non c’è nessun bisogno di farle a 14 anni. Così come quando mi dicono che è lui che vuole andare. Fosse vero, a quell’età, penso debbano esserci situazioni scolastiche, logistiche e di valori che un genitore dovrebbe imporre se è contrario».
Da presidente, si sente sconfitto?
«No, anzi. Noi andremo avanti su questa strada. Mi dispiace sinceramente per quei ragazzi che non riescono a trovare motivazioni e piacere nello stare insieme ai loro compagni. Fare un squadra in meno, non cambia il nostro modo di vedere lo sport, ma perdiamo l’esperienza e quei legami che si sono costruiti in anni di condivisione di scelte e obiettivi. Quella lettera, mi è servita anche per dire ai genitori che non condividono il nostro modo di pensare, di portare i figli in altre società il prima possibile. A chi rimane, invece, dico: chiedete a vostro figlio al termine della partita se si è divertito, invece del risultato. Forse per loro sarà più facile capire che è un gioco».
©RIPRODUZIONE RISERVATA
«La lettera _ ha detto Sergio Fedi, ex portiere, da oltre un lustro alla guida della Polisportiva _ è una provocazione. Siamo tra le società dilettantistiche di riferimento per i professionisti. Abbiamo calcio e pallavolo, con ragazzi di 5 anni fino agli Allievi. La prima squadra l’abbiamo abbandonata per dedicarci al nostro progetto».
Quale?
«Investire sugli allenatori (l’ex portiere granata, Sergio Eberini, è da dieci anni il tecnico dei portieri della società, ndr) che cambiamo quando non sono allineati con i nostri intendimenti. I risultati ottenuti sia nel settore scolastico del calcio che nella pallavolo, lo dimostrino. Quest’anno abbiamo vinto con gli Esordienti la Coppa dei Campioncini dopo 33 partecipazioni senza esserci riusciti. Evidentemente, però, qualcosa stiamo evidentemente sbagliando».
Cosa sbagliate, secondo lei?
«Come ogni estate parte il mercato neanche fossimo professionisti. Io che ho vissuto e amato lo sport di un’altra epoca, credo ancora nell’attaccamento alla maglia come valore. Invece, in pochi giorni, parte del nostro lavoro svanisce perchè qualcuno, probabilmente più furbo di noi chiama l’atleta, lo lusinga ad andare in un’altra società. E noi ci chiediamo perché ed in cosa abbiamo sbagliato».
Si è dato una risposta?
«L’abbiamo chiesto ai genitori. Rispondono con la società tutto bene, con l’allenatore nessun problema. Ma al perché vanno via, le risposte sono variegate, con un comune denominatore: per andare in una squadra più competitiva».
Fin qui, nulla di male. Il compito di una squadra dilettantistica, non è quello di far crescere i giovani per poi lasciarli andare?
«Certo, ma se un atleta è bravo, i professionisti lo cercano e vengono a prenderlo comunque. Abbiamo ragazzi a Sassuolo, alla Reggiana, al Carpi, oltre a quelli nelle prime squadre dei dilettanti. In quel caso, siamo i primi a indirizzarli e supportarli, dialogando coi genitori e con i ragazzi stessi. Anzi, spesso siamo noi a segnalarli alle società importanti pur sapendo che non sempre i professionisti scelgono bene. Ma cosa vuol dire squadra più competitiva? Cos’è la competizione?».
Lo dica lei...
«Uno slogan fatto per ingannare chi, lusingato, si lascia abbindolare. Abbiamo tanti ragazzi che sono andati via, per poi chiederci di tornare indietro. Alcuni, poi, sono stati costretti dai genitori ad andare via, solo per un rimborso spese, cercando supporto nei nostri allenatori per convincerli ad abbandonare il gruppo di amici. Il risultato? Dopo un paio d’anni, hanno smesso con lo sport. Uno dei dati su cui abbiamo recentemente ragionato in una riunione al Coni: tantissimi ragazzini tra i 14 ed i 18 anni, quando capiscono che non sfonderanno, smettono per sempre. Pochissimi cambiano disciplina».
Un aspetto sicuramente preoccupante...
«Per questo mi sono rivolto alle famiglie. Possibile che non conti l’amicizia, il crescere insieme e il lottare per vincere anche quando sulla carta si è più deboli? Questa è la competizione. Credo che una sola vittoria in un campionato con gli amici partendo da ultimi della classe, sia più bella e rimanga dentro, più che vincere tutte le partite per mancanza di avversari. Quelli che arrivano sempre ultimi, allora, dovrebbero ritirarsi? Una cosa, però, mi da fastidio».
Forse le motivazioni dei genitori?
«Esatto. Mi dicono: vogliamo fargli fare nuove esperienze. Io dico: non c’è nessun bisogno di farle a 14 anni. Così come quando mi dicono che è lui che vuole andare. Fosse vero, a quell’età, penso debbano esserci situazioni scolastiche, logistiche e di valori che un genitore dovrebbe imporre se è contrario».
Da presidente, si sente sconfitto?
«No, anzi. Noi andremo avanti su questa strada. Mi dispiace sinceramente per quei ragazzi che non riescono a trovare motivazioni e piacere nello stare insieme ai loro compagni. Fare un squadra in meno, non cambia il nostro modo di vedere lo sport, ma perdiamo l’esperienza e quei legami che si sono costruiti in anni di condivisione di scelte e obiettivi. Quella lettera, mi è servita anche per dire ai genitori che non condividono il nostro modo di pensare, di portare i figli in altre società il prima possibile. A chi rimane, invece, dico: chiedete a vostro figlio al termine della partita se si è divertito, invece del risultato. Forse per loro sarà più facile capire che è un gioco».
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