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Reggio Emilia fa i conti con la piaga dell'abbandono sportivo

di Massimo Sesena
Reggio Emilia fa i conti con la piaga dell'abbandono sportivo

Calcio giovanile, sono sempre di più in provincia le società che attuano una spietata selezione fin dai giovanissimi e c'è chi propone di tagliare i fondi pubblici a chi costringe i quattordicenni a smettere di giocare

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REGGIO EMILIA. Il caso - sollevato dalla Gazzetta - dei ragazzi “licenziati” dalla società calcistica in cui erano cresciuti fin dai primi calci, ha alzato il velo su una situazione che a Reggio è assai diffusa, anche se alla fine si manifesta con modalità differenti da caso a caso.

C’è il caso delle lettere spedite ai ragazzi di questa società - una delle più note e prestigiose della città - e c’è, di contro, il caso, denunciato con dolore, dal presidente della società Terre Matildiche, Sergio Fedi.

Anch’egli, da queste colonne, punta l’indice contro un’autentica diaspora dei suoi tesserati che, ormai ad ogni estate, decidono «spinti dai genitori» di cambiare società, per accasarsi in realtà «più competitive». È il rovescio della medaglia, ma alla fine il risultato è uno solo: chi resta in quel che resta della squadra da cui sono andati via i “più bravi”, rischia di dover smettere.

Non a caso, dopo la pubblicazione dell’articolo della Gazzetta sulle lettere di benservito ai giovanissimi della società cittadina, altre realtà si erano fatte avanti per offrire ospitalità ai quattordicenni messi “fuori rosa”. E questo non solo per dissociarsi in maniera palese dall’atteggiamento di quella società, ma anche perché così, forse, riescono ad allestire una squadra.

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Invero, al di là delle posizioni che si possano avere (e che in parte sono anche uscite nel dibattito che si è sviluppato nelle scorse settimane sul web) il tema dell’abbandono sportivo, a Reggio Emilia esiste ed è reale. E lo dimostra il fatto che è da anni uno dei temi all’ordine del giorno della Fondazione dello Sport, l’organismo che ha in gran parte ereditato le funzioni di quello che un tempo era l’assessorato.

Proprio dall’interno della Fondazione, un paio d’anni fa ci fu chi cercò di cambiare le cose. «Perché - spiega Alberto Manzotti, docente alla Luiss di Management dello Sport nonchè ex consigliere della Fondazione - non è da oggi che assistiamo a un peggioramento delle condizioni in cui si trovano ad operare le società sportive. Proprio la recente approvazione della nuova legge regionale parte da questa constatazione: così com’è la gestione diventa insostenibile».

Sono finiti i tempi in cui il pubblico si accollava la gestione degli impianti e le società facevano cassa con le scuole calcio e le sponsorizzazioni. «Rispetto al passato anche recente - spiega Manzotti - tutto è più difficile anche per una selva di normative che si sono abbattute sulle società sportive e hanno lo stesso rigore di quelle che magari regolano un appalto come quello per il Ponte sullo stretto».

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E tuttavia, quella che potrebbe apparire una giustificazione, per Manzotti finisce per costituire quasi una aggravante: «Se ti sostieni da solo - spiega l’ex consigliere della Fondazione - allora puoi metter su la tua Accademia e fare selezione. Ma se il 50% dei tuoi investimenti ti viene da soldi pubblici, allora non va bene. Allora il pubblico ha il diritto di chiederti di fare di tutto per evitare, ad esempio, che dei ragazzi di 14 anni smettano a quell’età di giocare». Una battaglia, quella di Manzotti condotta assieme alla congliera comunale del Pd Federica Franceschini.

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«Occorre premiare - scriveva la consigliera comunale su Facebook commentando la notizia della Gazzetta - le società sportive virtuose che mettono realmente in pratica azioni di attenzione agli aspetti etico-comportamentali e di contrasto all'abbandono sportivo. Confido nel presidente della Fondazione Leopoldo Melli di cui ho grande stima, e nel suo Cda. Sarebbe davvero un'azione centrale, prioritaria, da portare avanti con forza e determinazione, nel quadro di una definizione delle politiche sportive per Reggio Emilia, così da rendere onore al titolo di "città delle persone"».

Grazie a questo tandem, due anni fa, il caso arrivò all’attenzione del Consiglio comunale e in Sala del Tricolore fu approvato a maggioranza un ordine del giorno che impegnava sindaco e giunta a contrastare l’abbandono sportivo. E questi concetti oggi fanno parte anche del Regolamento di utilizzo degli impianti varato dalla fondazione per punire le società che non lavorano per impedire l’abbandono sportivo.

Le norme ci sono, quindi, e possono essere applicate. «Non si tratta di colpire le società nel portafoglio - dice Manzotti - ma semmai di aiutarle a svolgere con maggiore impegno il loro ruolo sociale».

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