Romano Ferretti: «La selezione? Ora è una necessità»
Il Dg della Bagnolese mette in evidenza tutti i problemi delle società nell’allestimento delle squadre giovanili
BAGNOLO. Dall'articolo-denuncia sui ragazzini "tagliati" da una società che svolge attività giovanile, ad altre realtà che si sono mostrate pronte ad accoglierli. Nel mezzo le oggettive difficoltà che ci sono al giorno d'oggi nel fare calcio, sia dilettantisco ma sopratutto giovanile. A fare luce sull'argomento è Romano Ferretti, uomo di sport ed in passato responsabile per un biennio della Scuola Calcio dell'allora Falk. «Il concetto basilare è che tutte le società sono in grossa difficoltà - attacca Ferretti - prima più bambini c'erano e meglio era. Ora è l'esatto contrario, più bambini significano più problemi in termini sia economici che sociali».
Si può spiegare meglio?
«Le rette per le iscrizioni non coprono più la gestione annuale dei vari ragazzini. Anzi, in molte delicate situazioni familiari le rette possono anche saltare e non vengono pagate. Poi c'è da retribuire l'istruttore, che per tre volte alla settimana si reca al campo. Dai Pulcini ai Giovanissimi un cartellino costa intorno ai venti euro, poi ci sono da aggiungere i costi del vario materiale sportivo da fornire ai piccoli atleti. Inoltre rispetto al passato è cambiata la gestione dei campi, ora totalmente all'opposto. Infine la crisi economica, con sempre maggiori difficoltà nel reperire anche dei piccoli sostegni. Sono finiti i tempi del genitore che aveva l'aziendina, quindi sempre meno sponsor o cartelloni pubblicitari».
Una crisi che parte da lontano?
«Ci sono sempre meno istruttori qualificati, il che incide sul lavoro svolto nel mondo giovanile. Ora l'istruttore è il catechista oppure il postino che ha il pomeriggio libero, una volta la funzione sociale era svolta anche da oratori e chiese. Per fare Scuola Calcio le società devono presentare apposite documentazioni, oltre a recarsi nelle scuole per svolgere lezioni motorie ai ragazzini. Le scuole elementari non fanno più preparazione, questo porta ad avere sempre meno ragazzini con caratteristiche sia fisiche che morali adatte al gioco del calcio».
Sono cambiati anche i rapporti con le amministrazioni locali.
«Avere in gestione un campo è adesso un problema, in quanto le varie utenze di luce e gas sono a carico delle società. In passato avere un impianto in gestione era un supporto, ora porta a rimetterci ed a generare debiti. Le amministrazioni non aiutano più, ma non per antipatia ma perchè anche loro hanno diversi altri problemi economici. E per non parlare poi dei recenti bandi da presentare, oltre ad altre cervellotiche situazioni burocratiche. Io sono da sempre nel calcio dilettantistico, le società fanno i miracoli per stare in piedi».
Ma le società stanno facendo selezione oppure no?
«Allestire le doppie squadre è sempre più complicato, si fatica a trovare quasi quaranta bambini nella stessa fascia d'età. Solo a Reggio Emilia ci sono sette o otto società che partecipano agli stessi campionati, muovendosi nelle medesime realtà. Io dico che fino agli Allievi le società hanno l'obbligo di far giocare tutti, ma se questa diventa poi una pretesa non c'è nulla di strano se il ragazzino è costretto a spostarsi in un'altra squadra. Non c'è scritto da nessuna parte che chiunque possa, debba o abbia le attitudini per fare il calciatore, ma il giudizio sul ragazzino deve arrivare da un istruttore qualificato e non dai genitori. Chi ha un patentino, una qualifica o ha svolto un corso a Coverciano ha l'ampiezza di conoscenze per valutare le caratteristiche dei vari ragazzini, indirizzandolo verso la miglior scelta possibile».
Anche i genitori sono una componente importante?
«Per un genitore, il proprio figlio è sempre il più bravo di tutti. Ma non è così, non tutti sono destinati all'Eccellenza oppure alla Promozione. Più che sostituirsi agli istruttori, i genitori dovrebbero preoccuparsi di aspetti educativi più importanti. A dodici anni hanno tutti il telefonino, ormai internet ed i social sono una moda dilagante e preoccupante. Parlo per esperienza, ai miei tempi alla Falk l'istruttore era l'ultimo ad andare a casa perchè fermarsi dopo l'allenamento faceva crescere il concetto di gruppo in maniera scatenante ed esponenziale. Ora l'istruttore scappa via per primo, mentre i ragazzini sono tutti chiusi negli spogliatoi col telefonino in mano. Si è perso lo spirito educativo, con conseguente abbassamento di qualità nel livello delle scuole calcio».
C'è dell'altro?
«Le risse sugli spalti tra genitori. Se ne vedono di tutti i colori ed ovunque, non solo al Sud. Tempo fa ho poi sentito anche un genitore dire che portava via suo figlio perchè nessuno gli dava la palla per fare gol. Assurdo ed inaccetabile. I genitori facciano la propria parte, il concetto non sono i quattro o cinque ragazzini che per motivi vari lasciano una squadra».
Il concetto della selezione sta portando tanti ragazzini a chiudere con il calcio.
«Non è del tutto vero, conosco realtà che ho sempre ammirato perché si muovono nel sociale e fanno del reclutamento. Una per esempio è l'Ambrosiana, che organizza attività non competitive. Ripeto, madre natura non ha dotato tutti i ragazzini delle caratteristiche più idonee per fare i calciatori».
E le affiliazioni tra le scuole calcio e le società professionistiche?
«Sono operazioni d'immagine, anche se a volte può arrivare al campo un istruttore da Torino o da Milano. Chi arriva porta una muta di maglie, con i genitori che spesso cavalcano l'onda dicendo che dietro ai propri figli c'è il Milan oppure l'Inter. Ma dietro non c'è un bel niente, anzi ci sono aspetti più urgenti da risolvere».
Il calcio è malato?
«I problemi sono tanti, a pioggia cadono dall'alto fino alle società. Nel tennis oppure negli sport in piscina le spese sono addirittura il triplo, ma nessuno ne parla. Tutti si stanno focalizzando sul calcio, con quello giovanile finito sotto la lente d'ingrandimento. Bisogna anche sdrammatizzare - chiude Romano Ferretti - per riportare la massima serenità all'interno dell'importante movimento giovanile».
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