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Le società “competitive” sul banco degli imputati

Le società “competitive” sul banco degli imputati

REGGIO EMILIA. «Troppe società, abituate da decenni a vivere tra contributi pubblici e false sponsorizzazioni sovrafatturate. Quando calano sia i primi sia le seconde difficile che sia sostenibile l'e...

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REGGIO EMILIA. «Troppe società, abituate da decenni a vivere tra contributi pubblici e false sponsorizzazioni sovrafatturate. Quando calano sia i primi sia le seconde difficile che sia sostenibile l'esistenza di tutte. Ma figurarsi se qualche società è disposta a unire le forze e magari a offrire pure alternative in altri sport». È, quello di Cristiano Ferrari, uno dei tanti commenti su Facebook all’inchiesta della Gazzetta. E per la maggior parte sono commenti testimoniano come il tema sia particolarmente sentito.

«A Reggio - scrive Alex Giusti - ci sono tre società che monopolizzano il "mercato". Reggio Calcio , Santos e Falk Galileo. Di queste una è anche Centro Formazione Inter (e dunque mi auguro non abbia contributi pubblici). Il meccanismo spiegato dal dirigente delle Terre Matildiche è proprio quello che va scardinato. Bisogna far si che anche le piccole società siano attrattive e competitive . A questo punto si potrebbe utilizzare il metodo che usa la Nba per rendere più equilibrato possibile il campionato. Nell'Nba le squadre che sono arrivate ultime sono le prime che possono scegliere di acquistare i giovani uscenti dai college. Dunque hanno il vantaggio di scegliere i migliori e potenzialmente di poter ridurre il gap dalle altre squadre. Qui si potrebbe creare uno strumento che permetta alle società più deboli di avere maggiori investimenti pubblici rispetto alle più blasonate in modo che possano investire di più in strutture e personale qualificato. Questo permetterebbe loro di essere più attrattive e fare in modo che i ragazzi siano più incentivati a rimanere. Purtroppo il metodo fin qui utilizzato ha portato scarsi risultati. Sono pochissimi(rispetto al movimento)i ragazzi reggiani che sono poi arrivati a giocare nel calcio professionistico . Una selezione fatta troppo in anticipo - chiarisce Giusti nel suo commento - lascia per strada tanti possibili buoni giocatori. Oltretutto non ci si rende conto del prezzo pagato in termini di giovani delusi e demotivati che poi possono portare tale delusione anche in ambito scolastico e sociale».

Dirigente sportivo di lungo corso, William Punghellini, interviene e sottolinea come «la piaga dell'abbandono giovanile nello sport non è un problema di Reggio, forse agli ultimi posti, ma nazionale. Tutto questo nasce dalla scelta scellerata dell'ultimo ventennio di cancellare lo sport dalla scuola, dalla mancanza di una legge quadro che disciplini lo sport dilettantistico, dall'abbandono delle Società al loro destino con costi sempre più alti e risorse inesistenti e infine dalla mancanza di cultura sportiva di base nella nostra società civile. Prima di formare un campione occorre formare un uomo con il contributo di tutti: istituzioni, società e famiglia (i genitori spesso costituiscono un serio problema nell'attività sportiva). Parlare di eliminare contributi pubblici mi sembra sia aleatorio, poiché sono quasi inesistenti».

«Poi - sottolinea Davide Ruozzi - ci sono società che ricevono richieste di poter giocare da ragazzi/e di tutte le età, un po' da tutta la provincia, ma non hanno un impianto per poter sviluppare l'attività, non prendono sovvenzioni da nessuno e pagano per ogni turno per lo sport che praticano. Oltre a questo fanno attività nelle scuole, spesso non fanno pagare quote d'iscrizione, forniscono materiale per giocare e raccolgono quelli che si considerano scarti di quello sport che fa selezione senza creare qualità. Folli !!!». Alberto Manzotti, il docente ed ex consigliere della Fondazione intervistato dalla Gazzetta risponde a Davide: «Ma tu sei sicuro che addirittura le tariffe che le società sportive pagano per l'utilizzo degli impianti sportivi siano quelle reali? Esse coprono in media la metà dei veri costi degli impianti sportivi, sono calmierati attraverso un sorta di contribuzione pubblica indiretta che fa sì che ai comuni rimanga in carico una quota importante di questi costi. Il problema è che se tutto ad un tratto questo non avvenisse più salterebbe il sistema». «Alberto - risponde Ruozzi - il problema non è nelle tariffe, ma nelle risorse che le società devono trovare per tutto il resto».



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