Sagan tris, ora è nella leggenda
di Antonio Simeoli
Terzo Mondiale di fila, batte Kristoff al fotofinish poi dedica il trionfo a Michele Scarponi
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BERGEN. Nella leggenda. A 27 anni. Peter Sagan ci è entrato ieri vincendo a Bergen, in Norveglia, il suo terzo campionato del mondo di fila. L’ha fatto dopo una volata vinta al fotofinish sul corridore di casa Alexander Kristoff e dopo essersi “nascosto” per oltre 260 km, lui che era il favorito assoluto alla vigilia.
Peter, di Zelina in Slovacchia ma cresciuto ciclisticamente (non va dimenticato) sui colli del prosecco trevigiano, ha vinto sulla strada. Ma ha vinto anche fuori, alla fine della gara, mentre tutti lo abbracciavano e osannavano. Prime dichiarazioni: «Dedico questa vittoria a Michele Scarponi, domani (oggi ndr) avrebbe compiuto gli anni. È la storia più brutta di quest’anno. In questo momento per me di grande gioia penso a lui e alla sua famiglia». Un grande, in tutti i sensi. Quasi un campione del passato e il pensiero va subito a uno come Eddy Merckx. No, non è una bestemmia: questo talento dell’Est nelle corse in linea ha numeri simili al Cannibale. E siamo sicuri: se volesse, perdendo un po’ di kg, la sua classe farebbe anche la differenza nelle grandi corse a tappe.
Già, il ciclismo d’altri tempi. Nell’epoca in cui l’Unione ciclistica internazionale esporta il grande ciclismo in tutto il mondo, nell’epoca dei contratti televisivi milionari, ieri si è assistito a qualcosa di incredibile.
Mancavano 7,5 km all’arrivo. La corsa era letteralmente impazzita perché, dopo che gli attacchi da lontano orchestrati da Belgio e Olanda non avevano sortito alcun effetto, sull’ultima ascesa di Salmon Hill, a 10 km dalla fine, c’era stato il violento attacco di uno dei favoriti: il 25enne francese Julian Alaphilippe, classe pura e una stagione passata in infermeria dopo il terzo posto alla Sanremo. Insomma, numeri alla Sagan. Sulla sua scia si è subito messo l’azzurro Gianni Moscon, che dopo una caduta era riuscito a tornare in gruppo solo attaccandosi all’ammiraglia e per questo sarà squalificato. Quindici secondi, dieci. Dietro tirano alla morte due “passistoni” come l’austriaco Postlberger e il bielorusso Kiryenka. Il vantaggio è esiguo, ma il numero può riuscire, a patto che la coppia di testa vada d’amore e d’accordo. Non accade. Perché Alaphilippe a -7 km stacca Moscon. Lì perde il suo mondiale, il gruppo recupera.
Ma i telespettatori di tutto il mondo, comprese le migliaia di persone sul tracciato a Bergen incollate ai maxischermi, re Harald V di Norvegia in tribuna d’onore protetto da decine di cecchini sui tetti e i giornalisti in sala stampa, non vedono nulla. Le telecamere sulla moto e sull’elicottero vanno in tilt. C’è un’inquadratura fissa a 1,3 km dalla fine stile “anni 70”. Le voce di Pancani o Aiello, che si guardasse la diretta sulla Rai o Eurosport paiono quella di De Zan che scrutava l’orizzonte in attesa di Baronchelli, Moser, Gimondi.
Dopo cinque minuti di trepidazione sullo schermo spunta il gruppo compatto. C’è Sagan che con Kristoff entra da funambolo nell’ultima curva. È il vantaggio decisivo: la volata è loro. Sagan rimonta e vince, d’un soffio. Dietro, a distanza, l’austaliano Michael Matthews e Matteo Trentin, quarto. «Mi dispiace per Kristoff, correva in casa. Sono felice per questa vittoria, la dedico anche a mia moglie che aspetta il nostro bimbo. Vincere o no non mi avrebbe cambiato la carriera, ma ho vinto», ha detto il tri-campeon. Signori, questo è Sagan. Doveva vincere, ha vinto. Nel ciclismo tutt’altro che un’equazione. Eccetto per pochi eletti.
Peter, di Zelina in Slovacchia ma cresciuto ciclisticamente (non va dimenticato) sui colli del prosecco trevigiano, ha vinto sulla strada. Ma ha vinto anche fuori, alla fine della gara, mentre tutti lo abbracciavano e osannavano. Prime dichiarazioni: «Dedico questa vittoria a Michele Scarponi, domani (oggi ndr) avrebbe compiuto gli anni. È la storia più brutta di quest’anno. In questo momento per me di grande gioia penso a lui e alla sua famiglia». Un grande, in tutti i sensi. Quasi un campione del passato e il pensiero va subito a uno come Eddy Merckx. No, non è una bestemmia: questo talento dell’Est nelle corse in linea ha numeri simili al Cannibale. E siamo sicuri: se volesse, perdendo un po’ di kg, la sua classe farebbe anche la differenza nelle grandi corse a tappe.
Già, il ciclismo d’altri tempi. Nell’epoca in cui l’Unione ciclistica internazionale esporta il grande ciclismo in tutto il mondo, nell’epoca dei contratti televisivi milionari, ieri si è assistito a qualcosa di incredibile.
Mancavano 7,5 km all’arrivo. La corsa era letteralmente impazzita perché, dopo che gli attacchi da lontano orchestrati da Belgio e Olanda non avevano sortito alcun effetto, sull’ultima ascesa di Salmon Hill, a 10 km dalla fine, c’era stato il violento attacco di uno dei favoriti: il 25enne francese Julian Alaphilippe, classe pura e una stagione passata in infermeria dopo il terzo posto alla Sanremo. Insomma, numeri alla Sagan. Sulla sua scia si è subito messo l’azzurro Gianni Moscon, che dopo una caduta era riuscito a tornare in gruppo solo attaccandosi all’ammiraglia e per questo sarà squalificato. Quindici secondi, dieci. Dietro tirano alla morte due “passistoni” come l’austriaco Postlberger e il bielorusso Kiryenka. Il vantaggio è esiguo, ma il numero può riuscire, a patto che la coppia di testa vada d’amore e d’accordo. Non accade. Perché Alaphilippe a -7 km stacca Moscon. Lì perde il suo mondiale, il gruppo recupera.
Ma i telespettatori di tutto il mondo, comprese le migliaia di persone sul tracciato a Bergen incollate ai maxischermi, re Harald V di Norvegia in tribuna d’onore protetto da decine di cecchini sui tetti e i giornalisti in sala stampa, non vedono nulla. Le telecamere sulla moto e sull’elicottero vanno in tilt. C’è un’inquadratura fissa a 1,3 km dalla fine stile “anni 70”. Le voce di Pancani o Aiello, che si guardasse la diretta sulla Rai o Eurosport paiono quella di De Zan che scrutava l’orizzonte in attesa di Baronchelli, Moser, Gimondi.
Dopo cinque minuti di trepidazione sullo schermo spunta il gruppo compatto. C’è Sagan che con Kristoff entra da funambolo nell’ultima curva. È il vantaggio decisivo: la volata è loro. Sagan rimonta e vince, d’un soffio. Dietro, a distanza, l’austaliano Michael Matthews e Matteo Trentin, quarto. «Mi dispiace per Kristoff, correva in casa. Sono felice per questa vittoria, la dedico anche a mia moglie che aspetta il nostro bimbo. Vincere o no non mi avrebbe cambiato la carriera, ma ho vinto», ha detto il tri-campeon. Signori, questo è Sagan. Doveva vincere, ha vinto. Nel ciclismo tutt’altro che un’equazione. Eccetto per pochi eletti.
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