La morte di Pantani, caso chiuso: non fu ucciso
Inammissibile per la Cassazione di Bologna l’impugnazione dell’archiviazione da parte della famiglia
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BOLOGNA. Marco Pantani non fu ucciso. Con la decisione della Cassazione che ha dichiarato inammissibile l'ultimo ricorso della famiglia del campione di Cesenatico, è definitivamente chiuso il caso giudiziario sulla sua morte ed è spazzata via ogni ipotesi alternativa all'assunzione volontaria di una dose letale di coca e psicofarmaci.
Nessun complotto, nessun intervento estraneo, dunque, nella stanza del residence Le Rose di Rimini dove il corpo del ciclista fu trovato la sera di San Valentino 2004. Era la tragica fine in solitudine di una star dello sport capace di esaltare l'Italia, di una carriera spezzata dal doping dopo aver scalato le vette d'Europa, raggiungendo l'apoteosi con la doppietta Giro-Tour 1998. Indagini, processi e accuse ne avevano fiaccato l'animo e la psiche, la droga lo aveva sconvolto, la depressione lo aveva portato a isolarsi. Sulla morte scattarono subito indagini a cui venne data priorità assoluta e la squadra mobile di Rimini tre mesi dopo arrestò le persone ritenute responsabili di aver fornito a Pantani la coca dell'overdose letale. Seguirono i giudizi, con tre patteggiamenti e un'assoluzione in Cassazione. Ma non era abbastanza per i genitori di Marco. La mamma, Tonina, non ha abbandonato, neppure adesso, l'idea che qualcuno abbia assassinato il figlio. E così, a dieci anni dalla morte, affidandosi all'avv. Antonio De Rensis ottenne la riapertura delle indagini sollevando una serie di dubbi e di questioni. La Procura riminese, dopo aver scandagliato a distanza di anni la scena, aver rivisitato tutti gli atti e disposto una nuova consulenza medico-legale, a settembre 2015 concluse che non c'erano misteri e chiese l'archiviazione. L'omicidio «è un'ipotesi fantasiosa, una mera congettura» confermò il Gip Vinicio Cantarini, nell'archiviazione. L’impugnazione in Cassazione si è scontrata con la dichiarazione di inammissibilità, di cui non si conoscono le motivazioni.
Nessun complotto, nessun intervento estraneo, dunque, nella stanza del residence Le Rose di Rimini dove il corpo del ciclista fu trovato la sera di San Valentino 2004. Era la tragica fine in solitudine di una star dello sport capace di esaltare l'Italia, di una carriera spezzata dal doping dopo aver scalato le vette d'Europa, raggiungendo l'apoteosi con la doppietta Giro-Tour 1998. Indagini, processi e accuse ne avevano fiaccato l'animo e la psiche, la droga lo aveva sconvolto, la depressione lo aveva portato a isolarsi. Sulla morte scattarono subito indagini a cui venne data priorità assoluta e la squadra mobile di Rimini tre mesi dopo arrestò le persone ritenute responsabili di aver fornito a Pantani la coca dell'overdose letale. Seguirono i giudizi, con tre patteggiamenti e un'assoluzione in Cassazione. Ma non era abbastanza per i genitori di Marco. La mamma, Tonina, non ha abbandonato, neppure adesso, l'idea che qualcuno abbia assassinato il figlio. E così, a dieci anni dalla morte, affidandosi all'avv. Antonio De Rensis ottenne la riapertura delle indagini sollevando una serie di dubbi e di questioni. La Procura riminese, dopo aver scandagliato a distanza di anni la scena, aver rivisitato tutti gli atti e disposto una nuova consulenza medico-legale, a settembre 2015 concluse che non c'erano misteri e chiese l'archiviazione. L'omicidio «è un'ipotesi fantasiosa, una mera congettura» confermò il Gip Vinicio Cantarini, nell'archiviazione. L’impugnazione in Cassazione si è scontrata con la dichiarazione di inammissibilità, di cui non si conoscono le motivazioni.
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