L’EX PRESIDENTE DI CONI E FEDERCALCIO
Carraro: non sarebbe come nel 1958
di Piercarlo Presutti
«Quel disastro fu un’altra storia e comunque passeremo noi»
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MILANO. Un’apocalisse, come la definì il presidente federale Carlo Tavecchio quando sembrava solo un’ipotesi dell’irrealtà, magari no: ma certo l’eliminazione dell’Italia dopo lo spareggio con la Svezia per andare al Mondiale di calcio sarebbe una Caporetto calcistica nell’anniversario di quella reale. È successo una sola volta nella storia, che gli azzurri non si qualificassero per il mondiale: nel 1958.
E le conseguenze di immagine e pratiche che ne derivarono per il mondo del pallone furono enormi: dalla cacciata immediata del commissario tecnico Alfredo Foni al commissariamento della Figc deciso dal mitico presidente del Coni Giulio Onesti (Bruno Zauli al posto di Ottorino Barassi). «Ma io – racconta Franco Carraro, a lungo presidente del Coni, commissario e presidente della Figc (anche all’epoca di Calciopoli), indiscutibilmente memoria storica dello sport italiano – analogie con il passato, con quel disastro del 1958 non le vedo. Finita la seconda guerra mondiale, quando è ripresa l’attività del calcio, il campionato ha cominciato ad avere la sua regolarità, la sua passione: e la nazionale da allora ha collezionato una serie di brutte figure, in partite ufficiali e in amichevoli. La “bottiglia” azzurra insomma si era quasi svuotata, in quella sfida con l’Irlanda del Nord si era toccato il fondo di un tragitto già bruttissimo. E d’altra parte dopo la guerra in tutti i Mondiali che ci sono stati fino a Messico ’70 siamo stati un vero disastro».
« Nel ’50 – prosegue Carraro – fummo fatti fuori in Brasile subito; nel ’54 in Svizzera ci siamo fatti eliminare al primo turno; quando si inaugurò lo stadio Olimpico nel 1953 perdemmo con l’Ungheria 3-0. La nazionale non dava gioie ai tifosi: certo il fatto di non essere neanche presenti in Svezia fu una cosa molto seria, ma era quasi annunciata. Ora la situazione mi pare diversa».
Come diversa? Gli azzurri giocano male e non ne imbroccano una da tempo; «Mah, questa nazionale – aggiunge Carraro –, onestamente parlando, non è una delle miglior di tutti i tempi, ne ricordo di più belle, però per quello che ha fatto la squadra di Gian Piero Ventura nell’intero arco temporale di questo anno e mezzo non è certo paragonabile a quelle degli anni Cinquanta».
«E poi – si affretta ad aggiungere al telefono Carraro – se ce la vogliamo dire tutta, per me la squadra favorita per andare ai Mondiali rimane l’Italia, non la Svezia. Se riusciamo in queste ore a farci sbollire un po’ di rabbia e un po’ di emozione e a stare calmi e consci dei nostri mezzi, secondo me con l’aiuto di San Siro si vince ampio e si passa. Quando ero presidente del Milan io in qualche partita sono andato anche in panchina, è uno stadio che incombe, mette i brividi e paura. Insomma, se dovessi scommettere, lo farei per gli azzurri: non per una scelta di cuore, lo farei proprio convinto».
Resta il fatto che la situazione si è molto complicata: qual è la cosa che più l’ha delusa ieri? «Mi è dispiaciuto che in certi momenti si sia cascati nella provocazione svedese: perché era evidente che loro cercavano di innervosirci e noi ci siamo un po’ caduti. Non è da nazionale italiana, se non altro per una questione di esperienza. L’errore non deve essere ripetuto a Milano, altrimenti davvero addio Mondiale».
E le conseguenze di immagine e pratiche che ne derivarono per il mondo del pallone furono enormi: dalla cacciata immediata del commissario tecnico Alfredo Foni al commissariamento della Figc deciso dal mitico presidente del Coni Giulio Onesti (Bruno Zauli al posto di Ottorino Barassi). «Ma io – racconta Franco Carraro, a lungo presidente del Coni, commissario e presidente della Figc (anche all’epoca di Calciopoli), indiscutibilmente memoria storica dello sport italiano – analogie con il passato, con quel disastro del 1958 non le vedo. Finita la seconda guerra mondiale, quando è ripresa l’attività del calcio, il campionato ha cominciato ad avere la sua regolarità, la sua passione: e la nazionale da allora ha collezionato una serie di brutte figure, in partite ufficiali e in amichevoli. La “bottiglia” azzurra insomma si era quasi svuotata, in quella sfida con l’Irlanda del Nord si era toccato il fondo di un tragitto già bruttissimo. E d’altra parte dopo la guerra in tutti i Mondiali che ci sono stati fino a Messico ’70 siamo stati un vero disastro».
« Nel ’50 – prosegue Carraro – fummo fatti fuori in Brasile subito; nel ’54 in Svizzera ci siamo fatti eliminare al primo turno; quando si inaugurò lo stadio Olimpico nel 1953 perdemmo con l’Ungheria 3-0. La nazionale non dava gioie ai tifosi: certo il fatto di non essere neanche presenti in Svezia fu una cosa molto seria, ma era quasi annunciata. Ora la situazione mi pare diversa».
Come diversa? Gli azzurri giocano male e non ne imbroccano una da tempo; «Mah, questa nazionale – aggiunge Carraro –, onestamente parlando, non è una delle miglior di tutti i tempi, ne ricordo di più belle, però per quello che ha fatto la squadra di Gian Piero Ventura nell’intero arco temporale di questo anno e mezzo non è certo paragonabile a quelle degli anni Cinquanta».
«E poi – si affretta ad aggiungere al telefono Carraro – se ce la vogliamo dire tutta, per me la squadra favorita per andare ai Mondiali rimane l’Italia, non la Svezia. Se riusciamo in queste ore a farci sbollire un po’ di rabbia e un po’ di emozione e a stare calmi e consci dei nostri mezzi, secondo me con l’aiuto di San Siro si vince ampio e si passa. Quando ero presidente del Milan io in qualche partita sono andato anche in panchina, è uno stadio che incombe, mette i brividi e paura. Insomma, se dovessi scommettere, lo farei per gli azzurri: non per una scelta di cuore, lo farei proprio convinto».
Resta il fatto che la situazione si è molto complicata: qual è la cosa che più l’ha delusa ieri? «Mi è dispiaciuto che in certi momenti si sia cascati nella provocazione svedese: perché era evidente che loro cercavano di innervosirci e noi ci siamo un po’ caduti. Non è da nazionale italiana, se non altro per una questione di esperienza. L’errore non deve essere ripetuto a Milano, altrimenti davvero addio Mondiale».
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