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milan: i 40 anni del tecnico 

Gattuso: «C’è qualità ma serve sacrificio»

MILANO. A 10 anni «per le vie di Schiavonea, col pallone fra i piedi, un sopracciglio spaccato, sporco di polvere»; a 20 a Glasgow, incontrava la futura moglie Monica e giocava «in una squadra da...

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MILANO. A 10 anni «per le vie di Schiavonea, col pallone fra i piedi, un sopracciglio spaccato, sporco di polvere»; a 20 a Glasgow, incontrava la futura moglie Monica e giocava «in una squadra da sogno, davanti a 50mila persone»; a 30 diventava campione del mondo col Milan dopo esserlo stato in nazionale. E un decennio dopo Rino Gattuso taglia il traguardo dei 40 da allenatore della squadra con cui ha vinto tutto. Con l'idea di tenersi stretta la panchina.

«Da giocatore mi divertivo di più, allenare è un peso di responsabilità. È riduttivo dire che voglio restare, ma so che in questo momento bisogna fare risultati», spiega l'ex centrocampista, promosso a fine novembre dalla Primavera alla prima squadra dopo l'esonero di Montella. «La nuova società ha investito moltissimo - continua -. Mi ha dato grande responsabilità e fiducia, da parte mia c'è grande rispetto e farò di tutto per continuare». Per ora il bilancio è di 3 sconfitte, 2 pareggi e 3 vittorie, inclusi il derby di coppa Italia e l'ultima in campionato che ha riavvicinato la squadra all’Europa League. «Tanti hanno i piedi buoni - riprende - ma spesso non giochiamo da squadra. A volte si pensa che un giocatore come Suso, o potrei fare altri nomi, non possa rincorrere l'avversario. Tantissimi campioni rincorrono l'avversario fino alla difesa, i giocatori forti devono sacrificarsi. Solo con palleggio e tecnica non si va da nessuna parte. Se pensiamo di essere belli e bravi la strada è ancora più lunga». Gattuso non può lamentarsi per la disponibilità del gruppo. «Se avessi chiesto di mettersi gli scarponi e scalare una montagna magari avrebbero detto sì», sorride l'allenatore, che insiste sul concetto di regole («Se non sono precise, ognuno ci sguazza») e su quello del veleno, ben incarnato dal 20enne Cutrone. «Patrick è nato così, non si sforza: è ancora acerbo ma somiglia a Inzaghi, ha le stesse movenze, lo stesso veleno. Anche io contagiavo i compagni» ricorda l'ex mediano, che nel 2012 lasciò il Milan nonostante l'insistenza di Galliani («Per un mese mi ha chiamato a mezzanotte, al telefono metteva la canzone ‘Se mi lasci non vale’») perché era «convinto fosse finita un'epoca: stava cambiando la mentalità, anche in allenamento. Con tanti giovani, certe cose che dicevi venivano assorbite in modo polemico: non volevo essere un peso». Ripercorrendo 13 anni di Milan, non si può prescindere da certi nomi. Ancelotti, «non solo un allenatore, ma anche un amico e un papà».

«Un regalo per i 40 anni? Vorrei essere meno focoso, meno incazzoso, più calmo: sembra che mi diverta ma faccio fatica. Mia moglie dice che sono un pazzo da rinchiudere».



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