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I padroni del calcio litigano come comari Figc commissariata

di Michele Di Branco
I padroni del calcio litigano come comari Figc commissariata

Per 4 volte manca la maggioranza, Tommasi subito fuori Gravina e Sibilia immobili, il Coni giovedì decide il candidato

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ROMA. Dopo lo psicodramma dell’eliminazione dai mondiali con le dimissioni di Tavecchio, ecco la farsa del commissario. Non c’è pace per la Figc. Le componenti (calciatori, presidenti, arbitri e allenatori) che animano l’organismo, chiamate a raccolta in un albergone non sono riuscite a trovare uno straccio di accordo. Risultato: la palla finisce tra i piedi del Coni che giovedì sancirà l'arrivo di un commissario che potrebbe essere il presidente Coni, Giovanni Malagò. Sei mesi al capezzale prorogabili da statuto di sei in sei fino a quando non ci sarà una schiarita e nel team del commissario sarebbe pronto un posto per Billy Costacurta. Il malinconico epilogo è arrivato in fondo a una giornata convulsa nella quale non sono bastate ben quattro votazioni per determinare la fumata bianca. Il “rompete le righe” è arrivato quasi alle 19 quando si è preso atto che nessuno dei due aspiranti, Gabriele Gravina e Cosimo Sibilia, aveva raggiunto la maggioranza necessaria per aggiudicarsi il ballottaggio finale. Sibilia, che aveva chiesto alla Lega dilettanti di cui è espressione, di votare scheda bianca, ha ottenuto al quarto scrutinio l'1.85%, mentre Gravina, capo delle società della Legapro, si è fermato al 39.06%. Trionfo delle bianche con il 59.09%. Per uscire dallo stallo prodotto da tre votazioni inutili (nelle quali Damiano Tommasi, rappresentante Aic, era in coda) Sibilia, consapevole di aver fatto il pieno di voti e di avere poche chance con l’avversario, aveva offerto a Gravina di fare lui il presidente (con il numero uno dei Dilettanti suo braccio destro) ma quest’ultimo non ha accettato.

«Non stiamo a parlare di proposte di accordo – ha sibilato Gravina – che definisco volgare: non potevo accettare la presidenza a dispetto di un progetto, di una squadra, di un pacchetto di voti che va oltre la Lega Pro. Non è la sconfitta del calcio italiano, ma la certificazione della sconfitta di una classe dirigente» ha riconosciuto Gravina.

«E' una sconfitta del sistema, è giusto che qualcuno dall'esterno ci metta mano - le parole di Tommasi -. Avevamo bisogno di un cambiamento e ritenevamo che nessuno dei due candidati lo rappresentasse sul serio». «Una buffonata, c'era un piano sotto: abbiamo fatto una figuraccia», il giudizio del presidente della Sampdoria, Massimo Ferrero. Mentre il patron della Lazio Claudio Lotito, grande sconfitto dopo un pomeriggio speso a trattare con i padroni del pallone nelle toilette, ha raccontato che l'accordo era fatto, che Gravina aveva in un primo momento accettato la presidenza con Sibilia vice, «ma che poi Ulivieri, Cairo e Marotta gli hanno detto di no, che non si poteva fare». Un gioco di veti, di tradimenti, di accordi non mantenuti e di veleni, insomma, nel più classico solco delle commedie all’italiana. Una commedia che non ha fatto ridere proprio nessuno ma che di sicuro ha strappato un silenzio compiaciuto a Tavecchio. Il vecchio boss della Figc, a 70 giorni dalle dimissioni, se ne è andato a tarda sera lasciandosi alle spalle le macerie dell’Assemblea muto ma sorridente. In mattinata aveva ricevuto una ovazione dai delegati dopo aver fatto riprodotto, pari pari come nel giorno amaro dell’addio, il disco felice della sua gestione rivendicando tutto il bene fatto al calcio.



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