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«Da lassù Brumatti guarda il PalaBigi e sorride contento»

di Luigi Vinceti
«Da lassù Brumatti guarda il PalaBigi e sorride contento»

Il giornalista reggiano Lorenzo Dallari ha presentato  il suo libro sulla “bandiera” delle Cantine Riunite 

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REGGIO EMILIA. Anche chi non vive abitualmente le vicende della pallacanestro ha certamente sentito parlare di quel campione che si chiamava Pino Brumatti. Un talento che ha indossato 102 volte la maglia della Nazionale italiana e dal 1983 al 1987 ha militato nella squadra di Reggio portandola subito nella massima serie segnando 548 punti. Curioso pensare che ha giocato nei team di cinque città salendo sempre alla categoria superiore.

Chi parla delle sue imprese le accompagna con il ricordo di un uomo sincero, simpatico, innamorato del gioco che ha praticato fin quando gli è rimasto un briciolo d’energia. Era nato a Gorizia nel 1948 ed ha lasciato gli affetti della famiglia e di una selva di amici nel 2011. Giocatori, allenatori, dirigenti che lo hanno avuto accanto lo rammentano spesso con una frase che è diventata il titolo di un libro: “L’ultimo dei miei eroi”.

A firmare l’opera sono stati Lorenzo Dallari, giornalista televisivo di origini reggiane capace di una memoria eccezionale di date, località, nomi di personaggi, e il collega Mario Zaninelli docente di educazione fisica impegnato nella Casa della Luce e del Sorriso di Montefiorino (malati di tumore) che sarà la beneficiaria della donazione dei soldi raccolti dalla vendita del volume.

Il libro è una collana di memorie di tanti personaggi di rango del basket italiano. Ne citiamo alcuni: Paolo Vittori, Bruno Arrigoni, Renzo Bariviera, Adolfo Basilio, Paolo Bianchi, Enrico Casiraghi, Mauro Cerioni, Giulio Iellini, Natale Redaelli, Valerio Bianchini, Arthur Kenney, Carlo Caglieris, Carlo Della Valle, Sandro Gamba, Romeo Sacchetti, Renzo Vecchiato, Roosvelt Bouie, Luciano Giumbini, Dado Lombardi, Piero Montecchi, Bob Morse, Orazio Rustichelli, Alessandro Frosini, David Londero. Oltre ovviamente alla moglie Lidia, la zia Lina, la figlia Elisa. Caso mai non bastasse segnaliamo che della prefazione si è occupato Dan Peterson. Poi, dopo gli autori, è toccato agli altri testimoni di quegli anni ricordare Brumatti. Ha iniziato Orazio Rustichelli raccontando della irrefrenabile voglia di Pino di giocare, dei “teatrini” che faceva con Dado Lombardi, della capacità di sorridere sempre alla vita. Immancabile il richiamo al suo inimitabile stile di palleggio-arresto-tiro che andava quasi sempre a bersaglio.

Poi è toccato al suo primo dirigente reggiano, Enrico Prandi - lo portò a Reggio proprio su suggerimento di Lombardi - che ha rievocato «l’entusiasmo che sapeva accendere e il proprio cruccio per non essere riuscito a trattenerlo più a lungo: Aveva cuore, entusiasmo, generosità, simpatia». Erano i tempi delle Cantine Riunite. A seguire le voci di Leo Ergellini e Gianni Pastarini, i pensieri di Giuliano Spaggiari, Nico Farioli, Mauro Cerioni, le frasi riportate di Piero Montecchi e Roosvelt Bouie. E poi Brumatti non ha solo giocato a basket ma a Reggio è stato impegnato anche sul fronte del sociale quale consigliere comunale e come direttore del Circolo di Equitazione. Tutto questo alternato agli impegni con la squadra azzurra, alle Olimpiadi, ai tornei e accompagnando la crescita dei figli, l’amore per la moglie, senza disdegnare la buona cucina e scegliendo lo scherzo e il sorriso per stare insieme ai compagni d’avventura. Un anno dopo la scomparsa Reggio gli ha giustamente dedicato un Memorial al Palabigi.

L’odierno patron dei biancorossi Stefano Landi ha quindi riconosciuto agli anni in cui Brumatti militava nella squadra reggiana il merito di aver «fatto crescere l’amore dei nostri concittadini per lo sport del basket».

Naturalmente il patron della Pallacanestro Reggiana non è stato esentato da qualche considerazione sulla situazione attuale e sulle posizioni raggiunte della Grissin Bon, unica squadra italiana rimasta in Eurocup.

E il pensiero comune delle persone che hanno voluto edssere presenti alla Libreria All’Arco, era lo stesso: «Chissà come avrebbe gioito il grande “Pino” se avesse potuto vedere dov’è arrivato quel gruppo di cui, per cinque anni, è stato il fantastico portabandiera».

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