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Bini: «Tifavo i biancorossi e adesso li curo»

di Andrea Montanari
Bini: «Tifavo i biancorossi e adesso li curo»

Il fisioterapista montecchiese è passato dal maxischermo in piazza ai muscoli dei campioni della Grissin Bon

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REGGIO EMILIA. Lavorare con la mente e le mani sul fisico dei campioni della Grissin Bon. È questo il compito del fisioterapista 24enne Stefano Bini che, con passione e grande attenzione, cura articolazioni e muscolatura degli atleti chiamati allo sforzo fisico in campo. Un contributo dietro le quinte, ma di primissima importanza, che assume un significato speciale per lui, reggiano di Montecchio, chiamato all’opera nella squadra della sua città.

Che emozione le ha dato essere chiamato dalla Pallacanestro Reggiana?

«È stata una bellissima sorpresa e quando sono stato contattato dal ds Frosini quasi non ci credevo. Dal momento in cui ho iniziato gli studi all’università di Modena e Reggio mi sono sempre prefissato di lavorare nello sport una volta ottenuta la laurea in Fisioterapia. Per avvicinarmi a questo mondo sono andato in Spagna, dove ho fatto due esperienze molto significative in una squadra di pallavolo e in una clinica che si dedica al trattamento di atleti professionisti. Il giorno del mio rientro, quest’estate, è arrivata la chiamata del club. Il basket sta vivendo un gran momento e seguire questa squadra è un traguardo molto importante per me».

Quando nasce la sua passione per il basket?

«Mi sono avvicinato a questo sport negli anni delle finali scudetto con Sassari e Milano quando andavo in piazza per tifare davanti al maxischermo. Ora vivo da vicino allenamenti e partite ed entro, man mano, nei meccanismi del gioco. Ho ancora molto da imparare e gli allenatori me lo fanno notare con qualche battuta (ride, ndr)».

Dal megaschermo di Piazza della Vittoria alla panchina del Bigi. Quali sono le sensazioni a bordo campo?

«Il pala gremito di gente è un’immagine bellissima. Il gioco è veloce e pieno di contatti, viverlo da così vicino è molto coinvolgente. Mi alzo spesso in piedi per incitare e sospingere la squadra, l’energia del basket mi trascina. Il mio esordio nella prima di campionato è stato ad Avellino, un campo piuttosto caldo. E ne abbiamo visti anche in Europa di ambienti emozionanti come Gerusalemme e Monaco. Le vittorie, poi, danno un sapore migliore a ogni luogo».

La responsabilità di trattare campioni come Markoishvili e Della Valle si fa sentire?

«Subito c’è grande pressione, poi si instaura con i giocatori un rapporto di collaborazione che aiuta a metterti a tuo agio e a lavorare al meglio. La società durante il ritiro a Castelnovo Monti mi ha affiancato Beppe Bellelli, storico massaggiatore della squadra, perché mi guidasse nell’inserimento. Staff medico e tecnico hanno lavorato per rendermi subito parte del team. La collaborazione con il preparatore atletico Di Giovanni ha dato vita a un ambiente dove poter svolgere il proprio compito nelle migliori condizioni».

I viaggi modificano molto il ritmo della squadra rispetto alle rivali di campionato. Come si organizza il suo lavoro?

«Sono capitate trasferte che ci hanno tenuti lontano da Reggio anche per un’intera settimana, il segreto è farsi trovare pronti a ogni evenienza. La mia fedele compagna di viaggio è la tecar (ride). È un macchinario molto importante per il trattamento dei giocatori e la sorveglio costantemente con un occhio di riguardo finché non la vedo sistemata a bordo del pullman o dell’aereo. Il momento della partita è, per me come per i giocatori, il più intenso della settimana. Loro si concentrano e io, con fasciature e massaggi, preparo il gesto atletico che hanno in mente a prendere forma. Nella cena post-gara si fa il punto della situazione con tutto lo staff. Non si deve mai abbassare la guardia».

Teme che la stanchezza possa incidere sul finale di stagione?

«L’entusiasmo ci farà dimenticare la fatica. La squadra sta bene e ha messo insieme una bella serie di vittorie. Ora sfruttiamo la pausa per recuperare e ci prepariamo alla volata finale».



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