Addio Mondo, la tua sedia resterà alta
Si è spento mister Emiliano Mondonico: fece grandi Cremonese, Atalanta e Torino con la forza della semplicità
Amava i Beatles e i Rolling Stones e odiava le ingiustizie. Da calciatore, per seguire un concerto del gruppo di Mick Jagger, arrivò a farsi squalificare di proposito; da allenatore, contro i torti subiti, alzò al cielo una sedia. Era il 1992 ed era la doppia finale Uefa che il suo Torino giocava contro l’Ajax ed è questa l’immagine simbolo di Emiliano Mondonico ma c’era molto altro nell’allenatore un po’ naif, un po’ romantico e troppo sbrigativamente legato a “calcio e salame”. E c’era molto di più soprattutto nell’uomo e nel giocatore che aveva preceduto il maestro di calcio e di vita, uno di quelli che ti facevano capire che bisogna stare dalla parte degli indiani e che i cattivi semmai sono i cowboy.
Ieri “il Mondo”, così lo chiamavano gli amici, ha chiuso la sfida contro quella che lui chiamava “la Bestia”. È caduto in piedi, con dignità e con orgoglio, come sempre. Aveva appena compiuto 71 anni e ci aveva abituato a non prendere in considerazione la parola impossibile. Per questo tutti pensavano, o comunque speravano, che potesse respingere anche questo attacco. Proprio come aveva fatto quando aveva giocato una finale Uefa con il Torino e una semifinale di Coppa delle Coppe con l’Atalanta e fu come aver vinto. Per tutti e non solo per i tifosi del Toro, la coppa da esibire era quella sedia alzata al cielo nella finale di ritorno, dopo il 2-2 dell’andata e quello 0-0 condito di ingiustizie. Prima, in semifinale, c’era già stata l’enormità di aver fatto fuori il Real Madrid. I granata persero la coppa senza mai aver perso una partita e un trofeo lo vinsero l’anno dopo contro la Roma. Doppia finale di coppa Italia: 3-0 all’andata, 5-2 al ritorno con tre rigori contro. Una coppa sofferta, perché così c’è anche più gusto e c’è ancora in giro una bella immagine di Mondonico con quel trofeo in mano. Nei suoi occhi ci leggi tutto l’orgoglio di chi quei colori li sentiva sulla pelle anche se la squadra del cuore era un’altra, la Fiorentina. Anche in Toscana ha vissuto da eroe, riportando i viola in A dopo la ripartenza da zero post-fallimento della gestione Cecchi Gori. A quella gioia segui l’amarezza di un esonero vissuto con signorilità, perché l’amore per i colori veniva prima. Il suo era un calcio spettacolare, la sua Cremonese vinceva poco ma incantava tanto e a lui tutto questo piaceva poco. Una volta ai complimenti dell’intervistatore rispose: «Sì, andrebbero bene se i complimenti fossero punti».
Era stato una buona ala nella Cremonese, poi nel Torino, nel Monza e nell’Atalanta per poi chiudere dove aveva cominciato e dove poi ha fatto partire la piccola leggenda del mister con la sedia alzata: Cremonese, Como, Atalanta, Torino, Napoli, Cosenza, Fiorentina, AlbinoLeffe e ultima tappa a Novara in Serie A, quando era già malato e con una squadra ultima in classifica riuscì ad andare a battere l’Inter a San Siro. Un trionfo che non gli risparmiò l’esonero e che non intaccò il suo aplomb, preso come era a combattere con la Bestia che alla fine lo ha sopraffatto. Non senza aver smesso di stare in campo: con i ragazzi, con gli ex tossicodipendenti o gli ex alcolisti. Anche come commentatore era bravo e non aveva nessuno da compiacere per rientrare nel giro. Non lo avrebbe fatto comunque ma c’era sempre la sfida a quell’avversario ben più forte dell’Ajax a dar forza ulteriore a un personaggio già immenso. Nell’ultima intervista, quattro mesi fa al Corriere dello Sport, aveva detto tutto: «Ci sono trenta probabilità su cento che la Bestia torni. Ma dopo quattro operazioni, l’asportazione di una massa tumorale di sei chili, di un rene, di pezzi di colon e di intestino, sei pronto a tutto. E, ogni giorno di più, apprezzi il tempo che ti è dato. Il cancro non è invincibile, il calcio mi dà forza per continuare a sfidarlo». Diciamo che non ha perso neanche questa partita, al massimo non l’ha vinta. Perché di uno così resta difficile dire o pensare che possa essersi arreso.
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