Gazzetta di Reggio

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Settant’anni fa l’impresa di Camellini alla Freccia Vallone

di Daniele Valisena
Settant’anni fa l’impresa di Camellini alla Freccia Vallone

Ciclismo, il campione scandianese fu il primo italiano che riuscì a imporsi nella grande classica belga

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SCANDIANO. Uno scatto sulla côte de Forges, in piedi sui pedali e poi via verso il trionfo, acclamato al traguardo da una folla di connazionali emigrati a Liegi. Sono passati 70 anni da quando Fermo Camellini si impose alla Freccia Vallone. Lo scandianese fu il primo a battere i belgi “a casa loro”, nella classica del ciclismo, aprendo la strada ai trionfi di Coppi (1950), Cerami (1960), fino ai più recenti di Fondriest e Rebellin.

Nato a Scandiano il 7 dicembre 1914, mentre la guerra incombeva ai confini nord-orientali del giovane Regno d’Italia, Camellini, assieme ai cinque fratelli e ai genitori emigrò in Francia, trasferendosi in Costa Azzura, a Beaulieu-sur-Mer. Non si trattò di una gita di piacere, perché Camellini, così come tanti altri reggiani, arrivò in Francia per ingrossare le file della grande colonia italiana emigrata nel paese transalpino. Nella bella cittadina tra Nizza e Montecarlo infatti, Camellini arrivò seguendo le catene migratorie che aveva già portato tanti emiliani nel sud della Francia incerca di lavoro e libertà politiche. Il Fascismo e la repressione politica da esso incarnato si stavano già abbattendo con tutta la loro violenza nelle campagne reggiane, dove, per citare uno dei tanti episodi riguardanti la futura zona ceramiche, nel 1922 il sindaco di Casalgrande Umberto Farri era stato preso a manganellate e deposto in quanto socialista. Similmente, centinaia di cavriaghesi in quegli anni ingrosseranno la colonia curiaghina di Argenteuil nella banlieue nord-occidentale di Parigi. In Francia Camellini trovò tanti connazionali e compaesani, ma non per questo la sua vita fu semplice: a 14 anni era già impiegato come idraulico-garzone e nonostante la passione per la bicicletta forse già presente in lui (come nel fratello Guerino, anch’egli poi Pro), prima di correre bisognava portare a casa il pane e ogni minuto dedicato agli allenamenti in bicicletta era considerato tempo rubato al lavoro. In una famiglia composta da cinque fratelli e i genitori, l’apporto di ogni membro era fondamentale per garantire la sicurezza economica e il sostentamento. Lo studio e la passione sportiva venivano dopo. Il padre di Fermo ebbe modo di ricordare piuttosto duramente al figlio quali fossero le priorità in famiglia, tanto da arrivare a gettare la bicicletta utilizzata da Fermo per allenarsi in mare. Il capo di Fermo gli venne incontro, donando al giovane una bicicletta che il reggiano utilizzava per recarsi al lavoro e nelle case dei clienti. O almeno così dice la “leggenda”. Ciò che è certo è che Fermo era così rapido nello spostarsi da una casa all’altra per riparare tubi che gli fu offerto di diventare professionista nel 1937, quando divenne un corridore per il team Urago. Piccolo di statura, ma esplosivo nelle accelerazioni in salita, la montagna e le classiche erano il suo terreno di battaglia preferito.

Allenarsi lungo le strade della Costa Azzurra e sulle alture della Provenza si dimostrarono di grande aiuto per Camellini, che fu capace di imporsi alla Nizza-La Turbie nel 1937, per poi trionfare al Grand Prix della Costa Azzura nel 1939, il Tour du Gard e il Circuit du Mont Ventoux. Purtroppo la guerra interruppe, o quantomeno, complicò nel momento migliore della sua carriera la crescita di Fermo, che dovette destreggiarsi fra carri armati e camionette fasciste da una parte e la sfiducia degli amici e dei compagni di squadra francesi, che in lui vedevano per ragioni di passaporto un amico delle forze di occupazione italiane, che avevano tradito i francesi attaccandoli di sorpresa mentre questi erano impegnati a fronteggiare i tedeschi a nord-est. Nonostante le difficoltà, nel 1942 arrivò l’affermazione al Tour dell’Alta Savoia, assieme ad altri piazzamenti alla Vuelta Levante. Il periodo d’oro di Camellini però furono gli anni compresi tra il 1945 e il 1948. Arrivarono infatti i trionfi al Grand Prix di Nizza, della Provenza, la Paris-Reims, la Parigi-Nizza, la Quattro Giorni Svizzera, con la ciliegina sulla torta costituita da due tappe al Tour de France, nel 1947. Nella primavera del 1948 arrivò infine il trionfo alla Freccia Vallone. La gara di Camellini fu epica: lanciatosi in fuga a 40 km dal traguardo dopo 190 km di sudore e fatiche, Camellini lottò con i belgi Schotte e Beeckman, oltre al francese Lauk. Schotte, fresco vincitore del Giro delle Fiandre – nonché futuro campione del mondo in quello stesso anno – scattò a una manciata di chilometri da Liegi, sulla côte des Forges; Camellini fu in grado non solo di resistere all’attacco, ma di rilanciare uno sprint micidiale, che lo portò ad arrivare solo tra due ali di folla festanti nel centro di Liegi. Erano parte delle migliaia di minatori italiani. Così come questi lavoratori presero il posto dei minatori belgi nelle miniere e nella storia della regione Vallonia, Camellini sostituì il tricolore italiano a quello belga sul gradino più alto del podio della gara simbolo del ciclismo belga. Il trionfo nella classica vallona fu il canto del cigno di Camellini, che in seguito prese la cittadinanza francese e non fu più capace di ripetersi. Il campione visse il resto della sua vita a Beaulieu-sur-Mer, dove gestì un negozio di biciclette fino alla sua morte, avvenuta nel 2010, all’età di 95 anni.



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