«Il campetto è la vera anima del basket»
Il reggiano Alessandro “Pistula” Razzini «Al Noce sfido i giocatori della Grissin Bon»
REGGIO EMILIA. Chissà se un giorno sentiremo Federico Buffa che racconta Pistula. Di certo gli aneddoti non mancherebbero sul re dei campetti reggiani il cui nome all’anagrafe (per tanti forse sarà una scoperta) è Alessandro Razzini.
Iniziando dal campetto di San Luigi, ha iniziato a farsi conoscere da tutti, ma proprio tutti (lo vedete spesso sui social insieme a giocatori di tutte le squadre di serie A) a suon di canestri e simpatia: «La mia passione è nata a 15 anni andando a giocare alla chiesa di San Luigi - spiega il 35enne della Rosta - e ho scoperto che rispetto al campionato mi divertivo molto di più. A 17 anni ho letto il libro di Federico Buffa Lost Souls e ho capito che si trattava di una cosa bella e importante. Il playground è la vera anima del basket».
Con la sua passione ha contagiato tante persone.
«Si, io chiamo chiunque a giocare. Ora siamo al Noce e invito tutti, giocatori di serie A, di serie B, delle minors. Più forti sono e meglio è perché è bello confrontarsi con i migliori e magari batterli. Tanti sono venuti. Nel gioco a metà campo le categorie si livellano e atleti di serie minori possono provare a giocarsela con quelli più bravi creando partite vere. Ci sono meno differenze fisiche, lì c’è solo la voglia di fare canestro e quella io l’ho sempre avuta e sempre l’avrò».
Giocatori famosi che ha coinvolto?
«Ho portato Jalen Reynolds alla fine della stagione scorsa perché era molto nervoso e alla fine mi ha ringraziato dicendo che si sentiva bene. Abbiamo giocato per due ore, ci siamo marcati e insultati in italiano, in inglese e in una lingua che non è nessuna delle due. Anche Veremeenko venne una volta e su di lui ho un ricordo particolare».
Ce lo racconti.
«Gara 6 della finale con Milano, Kaukenas, Veremeenko e Lavrinovic volevano arrivare alla settima ma andò male. La notte non riuscivano a dormire e alle 6 del mattino dopo, ho ricevuto una telefonata mentre ero al mare da Veremeenko e Lavrinovic che mi dicevano che volevano venire a giocare con me al campetto perché erano ancora arrabbiati per la partita persa. Io son partito e alle 8 ci siamo trovati al Noce a giocare».
Anche con Nicolò Melli ha fatto molte sfide.
«Lui è un esempio di giocatore che ha sempre voluto superare i propri limiti e vedete dov’è arrivato. Quando era più giovane e iniziava a entrare tra i professionisti, ci trovavamo a San Luigi, ci allenavamo per migliorare il tiro e giocavamo fino alle 9 di sera. Lui prendeva il basket molto seriamente ma si divertiva anche perché per lui non è solo un lavoro, il basket è anche divertimento. Quei giorni sono stati appaganti per entrambi”.
Chi è il giocatore più forte che ha affrontato?
«Richard, un giocatore della D-League affrontato al playground a Miami: il Flamingo Park. Aveva tentato anche l’Nba ma fisicamente era troppo piccolo. Lì c’erano tanti talenti, soprattutto latini, giocatori tecnici, veloci, ma che non avevano l’attitudine per giocare un campionato con una squadra. Io vado in vacanza dove posso giocare a basket perché adoro scoprire questi talenti come faceva Federico Buffa nel suo libro Lost Souls. Anche se si viene da culture diverse, al playground si parla una lingua unica: se fai canestro giochi e sei considerato, se non lo fai è meglio che non inizi nemmeno a giocare. Il basket riesce a unire superando le diversità di cultura, lingua o colore della pelle e questa è la cosa più bella».
Le principali differenze tra i campetti americani e quelli italiani?
«Nei playground americani non c’è rispetto per chi va a giocare a basket senza saper giocare a basket. Ricordo che la prima volta che sono arrivato al Flamingo Park c’erano due categorie: gli ispanici e gli americani. Gli americani erano molto più arroganti. Quando ho giocato la prima volta non mi hanno minimamente considerato anche se fisicamente ero più grosso di molti di loro. Dopo aver messo 3 bombe a fila hanno iniziato a considerarmi e quando ci sono tornato nei giorni seguenti, mi aspettavano per fare le squadre e mi dicevano “Hey big man from Italy, vieni a giocare con me“. È stata una soddisfazione incredibile. E non ti dimenticano. Sono tornato dopo tre anni, ho ritrovato alcuni di quei ragazzi e mi han detto “Ok, vediamo se fai ancora canestro“ perché sanno chi sei, ti salutano, ma se vuoi il loro rispetto lo devi conquistare a suon di canestri. Se segni ti dicono “Ok big man, respect. Nice game, respect man“. Questa è la frase che volevo sentirmi dire».
E i campetti europei?
«Il livello più alto l’ho visto in Croazia. Andavo lì in vacanza con Filippo Masoni e Fabio Monti per giocare. I nostri avversari erano di livello tecnico alto, fisicamente delle rocce. Anche lì come qua si trovavano dei giocatori professionisti che in estate andavano nelle località di mare a giocare al campetto. Ho affrontato Zoran Planinic in un torneo in centro a Zara. Mi ha massacrato con cinque bombe in faccia ma sono esperienze stupende che rifarei sempre».
Il torneo di 3 contro 3 che le ha dato più emozione?
«I tornei rispetto al normale campetto di danno più adrenalina perché si gioca per arrivare alla finale e vincere, c’è ancora più intensità. Ne cito due. Il Beer and Basket dove non partivamo favoriti. Io non ho giocato molto bene le partite della fase eliminatoria però in finale sono riuscito a tirare fuori il meglio e abbiamo trionfato negli ultimi istanti di una gara tiratissima con due canestri difficilissimi. Quella è stata una serata memorabile, nessuno pensava che potessimo battere una squadra di giocatori di serie A, invece ce l’abbiamo fatta. L’altro si tenne a Novellara, una gara di tiro da 3 contro Luca Spaggiari. Lui tirò con 13/15. Potevo fare solo un errore. Sbagliai il primo tiro, poi feci 14/14».
Lei ha un forte rapporto di amicizia con i giocatori dalla Pallacanestro Reggiana. Come lo ha costruito?
«Negli anni li ho sfidati praticamente tutti. Non tutti hanno accettato la sfida, qualcuno ha accettato e alcuni hanno anche perso ma non dico chi».
Spesso la si vede parlare anche con i giocatori, specialmente americani, delle squadre avversarie durante le partite della Grissin Bon durante la partita. Come mai?
«Mi piace stare in parterre per parlare. Parlo con gli arbitri di cose tecniche e anche con i giocatori: do anche dei consigli. Non so perché mi ascoltano, ma lo fanno. Forse perché amo il basket e l’ho studiato fino in fondo quindi so quali sono gli argomenti tecnici di cui parlare loro in determinate situazioni. Sono momenti che ho vissuto anche io quindi so cosa passa nella testa dei giocatori e loro capiscono di avere davanti uno che ne sa».
Il suo rapporto con la nazionale italiana di cui una volta è stato “ospite”?
«Erano a Cagliari, ho chiamato il mio amico Cervi e ci siamo accordati per trovarci là. Sono andato al loro hotel. Nella hall, mentre parlavo con Cervi e Melli, ho visto che c’era un pianoforte e che Pascolo e Fontecchio cercavano di suonarlo. Io che da piccolo ho suonato la fisarmonica e il piano gli ho detto “Ragazzi, qua non ci siamo, lasciate fare a me“ e ho iniziato a suonare. Poi ho chiuso gli occhi mentre suonavo e quando gli ho aperti c’era tutta la squadra intorno ad ascoltarmi. Da lì è nata l’amicizia, siamo andati fuori a cena con la squadra, abbiamo parlato di basket. Dopo cena ho proposto una passeggiata per farli rilassare. Abbiamo passato la notte nelle vie Cagliari continuando a discutere di basket all’infinito. Ho conosciuto così Hackett, Burns, Pascolo, ragazzi molto seri e tutti verranno prima o poi a giocare al mio campetto perché gli ho sfidati tutti a una gara di tiro da tre».
Il giocatore passato da Reggio che l’ha impressionato di più?
«Darjus Lavrinovic. Quando giocava qui aveva già tanti problemi fisici. Ricordo una sera in particolare, durante le finali con Milano. Siamo andati al Paprika a mangiare con la squadra, eravamo gli ultimi. Lui voleva portare le pizze a casa ai suoi figli ma non riusciva a scendere le rampe di scale per il dolore alle ginocchia, in pratica l’ho quasi portato giù io di peso. Il mattino dopo era a fare allenamento. Stiamo parlando di un atleta che era a fine carriera, che aveva già guadagnato, che si era dimezzato lo stipendio per venire a giocare a Reggio con Kaukenas e vincere. In quelle condizioni andava in palestra ad allenarsi tutti i giorni. Queste cose ti fanno aprire gli occhi e capire che non è così facile fare il giocatore di basket, spesso non sai i sacrifici che affrontano. Lui è stato veramente un esempio di professionismo».
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