Il liceo Moro trasformato in Nazioni Unite
Nella succursale della scuola la base di spagnoli, francesi, tedeschi e della delegazione del popolo Saharawi
Nella succursale del liceo Moro le classi sono in questi giorni adibite a camerate dove alloggiano alcune delegazioni straniere ai Giochi del Tricolore. Tra letti disfatti e vestiti sui davanzali nelle aule regna il disordine, ma si percepisce chiaramente la felicità e l’emozione dei ragazzi nel vivere questo tipo di esperienza, che li ha portati a Reggio Emilia in nome dello sport.
«In questi giorni abbiamo conosciuto gente di ogni paese, ed è bello vedere i nostri ragazzi affiatati ed entusiasti», afferma Axel Kittendorf, tedesco di 28 anni. Fa parte della delegazione di Schwerin, città gemellata con Reggio. Gli atleti hanno dai 12 ai 16 anni e si cimentano in quattro discipline sportive: scacchi, judo, nuoto e boxe. Uno di loro, Johannes, 16 anni, esterna le sue sensazioni: «La serata inaugurale è stata molto emozionante. Quando non abbiamo allenamento di judo, stiamo qua a scuola e passiamo il tempo riposandoci, leggendo o ascoltando la musica. Stiamo mangiando molta pasta e pane, e al momento dei pasti al Palazzetto siamo circa in 3.000: fantastico!”. Armand è invece un giovanissimo boxeur. L’aneddoto che gli è rimasto impresso è «avere incontrato dei ragazzi cinesi che mi hanno insegnato il gioco con le mani sasso-carta-forbice».
Al piano superiore la piccola delegazione del Sahrawi. Sono due ragazzi e due ragazze di 14 anni, vivono nel deserto con temperature che nel periodo estivo arrivano anche a 56 gradi. Si cimentano in atletica ma non hanno mai visto coi loro occhi una pista vera e propria. Il loro allenamento durante l’anno consiste in tre giri intorno alla scuola. «Il cibo in Italia è buonissimo», affermano in coro. Convivono al Moro anche francesi e spagnoli. Dijon ha portato 52 atleti tra nuoto, scherma, calcio e pallamano. «Ci ha colpiti molto la gentilezza degli organizzatori e la disponibilità degli arbitri e dello staff», afferma Fleure, 14 anni. «Lo sport fa l’unione», è il motto invece di Dimitri Fesenko, 14 anni, spagnolo di Girona ma dalle chiare origini russe. —
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