Carlo Meli, tutta una vita di passione sportiva Abbonato da quando a Reggio esiste il basket
IL SUPERTIFOSOADRIANO ARATIColpa di un “morbo devastante” chiamato basket. La pallacanestro è una delle grandi passioni reggiane e non da oggi, e sugli spalti del PalaBigi vi sono tifosi che possono...
IL SUPERTIFOSO
ADRIANO ARATI
Colpa di un “morbo devastante” chiamato basket. La pallacanestro è una delle grandi passioni reggiane e non da oggi, e sugli spalti del PalaBigi vi sono tifosi che possono dire di aver visto letteralmente tutta l’avventura targata Pallacanestro Reggiana. Uno di loro è Carlo Meli, spettatore dagli esordi e abbonato alla squadra biancorossa dal 1981, primo anno in cui fu possibile sottoscrivere gli abbonamenti annuali. Da allora Meli, titolare di uno storico e conosciutissimo negozio in centro, l’oreficeria Colombo di via Panciroli, ha sempre rinnovato la tessera, allargando la passione all’intera famiglia. E ancora oggi è sempre presente in casa, e spesso pure in trasferta.
«Sono stato uno dei primi abbonati, e il basket lo andavo a vedere ben prima delle campagne abbonamenti, andavo sempre quando ancora si giocava alla Gil», racconta Meli.
L’ex Gil è uno storico campo reggiano in via Verdi, sul lungo Crostolo, dove a basket si gioca da sempre.
L’amore per la pallacanestro quando nasce?
«Da sempre, sin da piccolino, quando andavo a vedere la Virtus a Bologna con gli amici di mio padre. Io amavo il calcio, giocavo a calcio nella Torpedo, ma sono sempre stato appassionato di basket, era quasi inevitabile».
Perché inevitabile?
«Io sono di Sant’Agostino, un covo del basket da sempre. Ero amico di Gianni Codeluppi e seguivo le vicende della Torre, andavo a vedere anche i Magazzini Jolly di Gianfranco Bigi e dei fratelli Campani».
Tutto il basket reggiano, in pratica.
«Le varie squadre le ho viste crescere, il campo all’epoca era la Gil, il luogo era quello».
Poi, il PalaBigi. Un bel salto?
«È stata una bella soddisfazione. Nei primi anni c’erano pochi spettatori, poi l’esplosione».
Ricorda il momento?
«L’annata con Mondo Vecchi, quella del campionato perso in finale con il Leone Mare Livorno, Vecchi ha portato le persone al palazzetto».
Il basket è diventato un affare di Reggio?
«Esatto, il basket è un morbo che si propaga, prima era un bene di pochi, mi ricordo quando guardavamo le videocassette delle partite Nba con gli amici: sembravamo dei carbonari».
Poi il morbo si è diffuso.
«Il morbo è stato devastante, è cresciuto tantissimo, le altre figure chiave sono state Lombardi e Menetti».
Lei li ha visti tutti, questi anni. In gran parte da abbonato. Quando ha iniziato?
«Nel 1981, eravamo in A2 e il coach era Gianni Zappi, gli stranieri Hackett e Bouie. È stata la prima annata con gli abbonamenti».
Come funzionava?
«Si faceva tutto in viale Montegrappa, dove c’era la sede, un appartamento riadattato. Si faceva tutto a mano sul posto, c’erano meno procedure. C’erano anche meno abbonamenti da fare, è vero, ma comunque già nel 1981 eravamo in tanti».
Poi sempre fedele?
«Sempre. Ho sempre fatto l’abbonamento e ho attaccato la malattia a mio figlio, poi a mia moglie e mia figlia».
Siete ancora tutti fedeli? «Mia figlia meno perché ha una bimba piccola, io, mio figlio e mia moglie sì. Mia moglie andrebbe anche in trasferta, e ne abbiamo fatte tante negli anni, abbiamo visto tutti i palazzetti del Nord Italia».
Di tutti questi decenni, quali sono le fotografie più emozionanti?
«I tanti campioni, gente come Bryant e Mitchell, forse nemmeno ci rendevamo conto di chi fossero. Ricordo quegli indimenticabili play-off con Treviso, con il pullman dei tifosi arrivato tardissimo e Mitchell infortunato».
Il momento più cupo?
«Uno sicuramente è la retrocessione del 1995 con lo sponsor Campeginese e Markovksi. Una brutta fase, perché c’era pure incertezza sul futuro della società».
Di rischi ce ne sono stati tanti, no?
«Un’altra annata durissima quella del 2010-11, quando abbiamo rischiato di andare in B. Se Verona avesse vinto con Scafati saremmo retrocessi».
Reggio aveva già battuto Veroli e tutto il PalaBigi era in campo, giusto?
«Un momento davvero drammatico, e alla fine una gioia incredibile, quasi come vincere una semifinale».
Manca la gioia scudetto. Rimpianti?
«Per l’anno con Sassari, ovviamente. Loro sono stati bravi e fortunati. Noi avevamo già vinto gara 7 poi Logan ha messo quella “tabellata”. Se ci penso mi viene ancora il magone, ci eravamo illusi tutti, quella era una squadra fortissima ed è andata male».
Gli italiani preferiti?
«Il numero uno Pino Brumatti, ottimista per natura, esaltava e trascinava. Po Gianluca Basile e Orazio Rustichelli. E Piero Montecchi, che ha dato tanto. Amedeo Della Valle, ci ha dato tante soddisfazioni anche lui».
Chiudiamo con gli stranieri, allora?
«Mike Mitchell, Bob Morse. E Joe Bryant, faceva canestro da tutte le parti. Anche Alvin Young, il suo sorriso e le sue piroette sono indimenticabili. Dale Solomon era un americano molto concreto. E Bouie, il primo straniero, una certezza: 15 punti e 10 rimbalzi sempre».
Fra i giocatori recenti?
«Un posto per Kaukenas lo si trova, di sicuro, un guerriero come Brumatti». —
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