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Motociclismo e amarcord, partì dal rione Santa Croce il mito di Bruno Bertacchini

Sprintava fin da ragazzo fra le strade polverose mostrando doti eccellenti. Nel 1948 diventò un idolo: a Monza si laureò campione italiano delle 500 cc 


20 agosto 2018 Alessandro Zelioli


REGGIO EMILIA. Durante il periodo fascista, era l’idolo assoluto dei giovani che, divisi tra gli abitanti del Popol giost che vivevano nelle case popolari e quelli del quartiere Cairo (residenza di meridionali e i primi immigrati africani), tutti i giorni litigavano su chi fosse il miglior sportivo reggiano.

In questo scenario del rione Santa Croce – a Reggio Emilia – nacque e si sviluppò la leggenda di Bruno Bertacchini, pilota di moto, classe 1916. Come per i futuri calciatori e ciclisti, la storia di Bertacchini, arrivato a Reggio all’età di quattro anni immigrato dalla Svizzera, inizia sulla strade polverose e non asfaltate del periodo tra le due guerre: la Prima finita da un decennio aveva lasciato le famiglie svuotate dai maschi morti al fronte e la Seconda stava raccogliendo adesioni per sviluppare un movimento fascista che di lì a poco avrebbe portato l’Italia nuovamente ad armarsi.

Durante questo periodo Bertacchini sale su Frea e Indian (moto molto diffuse all’epoca, utilizzate anche da Tazio Nuvolari) facendosi notare per la velocità e le nuvole di fumo che sapeva alzare durante i passaggi nel quartiere. Un ragazzo alto e magro che faceva letteralmente ammattire tutti, mostrando una già eccellente dimestichezza con il mezzo meccanico.

La “vettura”, così venivano chiamate le moto in quel periodo, sotto Bertacchini sembrava volare. Cresciuto a fianco di un padre meccanico che, originario di Novellara come la sua sposa, tornando in Emilia dalla Svizzera, aveva aperto una officina per riparare le moto. Poco dopo i dieci anni, quindi, Bertacchini conosceva a menadito tutto delle moto, logico pensare che di quella passione avrebbe fatto il suo mestiere. L’alternativa alla moto, infatti, era un posto alle Officine Reggiane. E per quegli operai con pochi soldi in tasca e tanta fatica addosso, la moto era un sogno. La Guerra arrivò e delle corse si parlava solo rivivendo il passato.

Finalmente gli americani e i partigiani liberano Reggio e la carriera di BB può iniziare. Si parte da Cortemaggiore, 1945, con una Taurus e chiude sesto dopo una caduta ed essere stato in testa per tre giri. Da li è una escalation di risultati, tutti primi e secondi posti. Nel 1946, infatti, su 17 gare conta 10 vittorie e 7 fra secondi e terzi posti.

Nel 1947 la Guzzi gli consegna una Gondolino, che gli vale tanti successi e la promozione in Prima categoria e una caduta a Bari a 170 km/h che lo obbliga a una grande pausa. Arriva finalmente il 1948 quando, sempre la Guzzi, gli affida la nuova potente Bicilindrica. È amore a prima vista, una simbiosi tra pilota e moto che consente a Bertacchini, il 24 aprile 1948 a Monza, di vincere la gara decisiva per il Campionato Italiano delle 550 cc con la sua 56. Sono in tanti sulle tribune dell’impianto brianzolo. Divenne così un idolo. Nato in Svizzera, ma reggiano a tutti gli effetti, Bertacchini è scomparso nel 2003. —


 

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