«Audace? La mia Reggiana deve chiamarsi come merita»
Parla l’ex Cadregari, che ha iniziato la carriera da allenatore alla Pergolettese «Domenica tiferò per il bel gioco, a Reggio passo sempre volentieri»
Occhiali da sole, chitarra elettrica al collo e ritmo rock nelle vene: Adriano Cadregari mentre suona i Deep Purple è una delle immagini rimaste scolpite nella memoria dei tifosi granata e descrive appieno il carisma di un personaggio calla Reggiana ha lasciato un ricordo importante nonostante l’avventura in panchina sia durata solamente una stagione e mezzo tra il 2002 e il 2004 nell’era Cimurri-Foglia.
Cadregari ha iniziato la sua carriera da allenatore nelle formazioni giovanili del Pergocrema passando poi alla prima squadra. Domenica al Città del Tricolore saranno dunque in campo due sue ex squadre.
«Adesso vado in giro ad insegnare il calcio - racconta l’ex tecnico classe ‘54, ora alle dipendenze della Figc -. Mi mandano a fare corsi in tutta Italia, ma quando passo dalle parti del ponte di Calatrava in autostrada mi viene sempre voglia di sterzare e fare un giro per la città. A Reggio ho avuto modo di vivere un rapporto meraviglioso con la gente. Assieme alle esperienze a Lecco, Casarano e Brescello, i due anni trascorsi in granata sono stati tra i più belli della mia carriera».
È rimasto in contatto con qualcuno?
«Ho conosciuto tantissime persone e con molte uscirei ancora a cena volentieri. Ricordo in modo particolare il massaggiatore Mastini: purtroppo non mi offre più delle bottiglie di Lambrusco da qualche anno...».
Adesso la squadra non si chiama più Reggiana ed è ripartita dai dilettanti…
«Ecco, il nome Reggio Audace proprio non riesco a digerirlo ma mi hanno spiegato che non si poteva fare altrimenti. Spero che la mia Reggiana torni presto a chiamarsi come merita».
Ha avuto modo di seguire le vicende che hanno riguardato i Piazza negli ultimi mesi?
«Sapevo che il club stava lottando per obiettivi importanti poi in estate ho ricevuto la chiamata da parte di un giornalista reggiano che mi ha aggiornato sulla situazione e sono rimasto decisamente sorpreso...».
Lo scorso 16 settembre era in tribuna al “Voltini” di Crema dove ha potuto vedere all’opera la squadra di Antonioli…
«Non ho visto una bella partita. I granata erano palesemete incompleti e ancora alla ricerca di se stessi, ma avrebbero potuto tranquillamente vincere. Ci vuole pazienza in questa categoria...».
I tifosi non porteranno pazienza per sempre…
«Questa è la bellezza del calcio. La gente a volte non capisce che ci sono avversari più forti. Consiglio ai tifosi di restare vicini alla squadra soprattutto nei momenti di difficoltà per fare in modo che la società possa lavorare bene. Ai miei corsi sottolineo spesso che non esistono manuali per vincere: serve tanta fortuna e soprattutto ci vogliono dei giocatori forti, altrimenti non si va da nessuna parte».
Tra pochi giorni toccherà alla Pergolettese affrontare i granata…
«Se non fosse stato per il club gialloblù probabilmente non avrei mai fatto l’allenatore. A fine anni ‘80 una crisi di risultati mi ha catapultato alla guida della prima squadra e da lì ha preso il via la mia carriera. Ma forse non tutti sanno che sono legato anche al Crema...».
Come mai?
«Da calciatore ho iniziato proprio con i nero-bianchi. Il clima di rivalità che si respira in città tra i cremaschi è bello, anche se non è più quello di una volta. Le nuove generazioni si sono quasi tutte legate alla Pergolettese visto che il Crema ha galleggiato nelle categorie minori per decenni».
Ha già deciso per chi fare il tifo domenica?
«Io non so tifare. Spero solo che al Giglio si possa assistere ad un bello spettacolo».
Il bel gioco non è una prerogativa della D…
«Rimpiango il calcio che facevamo ai tempi della mia Reggiana, meno cattivo e fuori di testa ma più divertente da giocare e apprezzare». —
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