Gazzetta di Reggio

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la svolta 

Ferrari, cambia la guardia: gestione a Binotto

Cristiano Marcacci

Sollevato dall’incarico il team principal Arrivabene, promosso il pupillo di Marchionne al lavoro a Maranello dal 1995

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Comanda anche dall’aldilà. Gli eventi continuano ad andare nella direzione già tracciata da lui. A Maranello il Marchionne-pensiero è sempre la bussola principale. E la mossa decisa nelle ultime ore dalla Ferrari l’avrebbe ideata anche lui se fosse stato in vita. Era stato il Sergio nazionale, infatti, ad agevolare l’ascesa all’ombra della Rossa di Mattia Binotto, che ora, all’età di 49 anni, si prepara ad essere nuovamente promosso e a prendere il posto di Maurizio Arrivabene nel ruolo di team principal della scuderia di Formula 1. Tra i due, Arrivabene e Binotto, non c’è mai stato quel feeling che nei box dovrebbe esistere per puntare con decisione alla conquista di un titolo mondiale. E alla fine paga chi si è sbilanciato con promesse non mantenute e ha collezionato una buona dose di errori di strategia. I rapporti – così si dice nell’ambiente – pare si siano definitivamente incrinati dopo il Gran premio di Sochi, dove la Mercedes piazzò la doppietta vincente (con Hamilton e Bottas) e la Ferrari rimase letteralmente spiazzata, dopo aver rinunciato all’ultimo momento ad alcuni aggiornamenti tecnici che erano stati preparati e previsti. Contemporaneamente al mancato rinnovo del contratto con il manager bresciano viene premiato chi dal punto di vista tecnico è stato ritenuto l’artefice del miglioramento meccanico e aerodinamico della Ferrari degli ultimi anni, il cui gap dalla Mercedes è stato quasi azzerato.

Binotto, ovvero la classica storia italiana d’eccellenza (l’escalation di successi di un figlio di emigrati in Svizzera, per certi versi una storia che ricorda quella di Mauro Forghieri), dovrà prendere qualche lezione in marketing e in diplomazia, ma tutto sommato si merita quel posto. Marchionne ci aveva visto giusto. Nel 2014, all'inizio dell'era turbo ibrida, la power unit Ferrari prendeva circa un secondo a giro da quella della Mercedes. C’era, quindi, l’esigenza di dare una sterzata e Binotto arrivò a Maranello assumendo la direzione tecnica della squadra. Sin da quei giorni il livello tecnico della Ferrari è sempre migliorato ed è sicuramente di Binotto il merito di aver potenziato di parecchio proprio la power unit, consentendo alla monoposto di Vettel e Raikkonen di accorciare le distanze dalla Mercedes. Gli stessi anglo-tedeschi della stella a tre punte furono costretti a “copiare” l’italo-elvetico Binotto e la sua idea di una carrozzeria estremamente rastremata, con le bocche dei radiatori assolutamente rivoluzionarie, più alte e strette. Un concetto, questo, introdotto per la prima volta sulla SF70-H per poi estremizzarlo ulteriormente sulla SF71-H con i deviatori di flusso inglobati dalle pance dei radiatori.

Di Binotto, uomo Ferrari per eccellenza (assunto nel 1995 come ingegnere motorista prima alla squadra test e poi a quella corse, nel 2004 ingegnere dei motori di gara, capo ingegnere corse nel 2007, responsabile delle operazioni motore nel 2009, vice direttore motori nel 2013, direttore motori nel 2014), a Marchionne piaceva essenzialmente una qualità: quella di lavorare molto e in silenzio. Tant’è che i “rumors” del paddock davano per partente, nel silenzio più assoluto, lo stesso Binotto, corteggiato ultimamente dalla Renault ma anche dalla regina Mercedes. Insomma, qualcuno tra i due, Binotto e Arrivabene, doveva andarsene. Ma non è stato Binotto, che rimane, e con lo scettro di capo. —



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