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«Io, Marchioro, Sacchi Paolo Rossi, Ancelotti...» Gambetti si racconta

Jacopo Della Porta
«Io, Marchioro, Sacchi Paolo Rossi, Ancelotti...» Gambetti si racconta

Professore, pallavolista in serie A e dirigente sportivo di squadre di calcio a 82 anni “il fenomeno” resta fedele alla filosofia dell’allenamento totale

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«Siete qui per intervistare il nostro fenomeno?». Alla palestra Eden di Reggio veniamo accolti così quando chiediamo del professor Domenico Gambetti. Per incontrare l’82enne e farsi raccontare la sua straordinaria storia di uomo di sport, bisogna recarsi in palestra, dove tutti i giorni, tranne la domenica, si allena per un paio di ore. «Lo faccio per ritardare la vecchiaia e la morte», spiega appena si presenta in tenuta sportiva, mostrando una forma fisica invidiabile.

Gambetti è un pozzo di aneddoti che pesca dalle sue esperienze di atleta e dirigente sportivo. Ha praticato calcio, ciclismo e come pallavolista ha giocato in serie A con La Torre. Ha insegnato educazione fisica ed è stato istruttore di atletica. La sua avventura nel mondo del pallone inizia come pioniere della preparazione atletica negli anni ’60 alla Reggina e si conclude da direttore sportivo nel Barletta in serie B negli anni’90, con un breve ritorno di fiamma da osservatore nella Juventus nel 2009. Nel suo album di ricordi storie legate a mister Marchioro, che volle nel Como, fino a Sacchi che tentò invano di portare alla Sambenedettese, passando per un provino a un certo Ancelotti e la decisione di chiedere alla Juventus un giovane attaccante di nome Paolo Rossi in prestito.

Un puzzle fatto di tanti tasseli, che con poco tempo a disposizione si fa fatica a ricomporre nei dettagli, ma con un denominatore comune: «l’allenamento totale» come stile di vita e come ricetta per qualsiasi risultato sportivo.

Professor Gambetti, lei la passione del fitness ce l’aveva prima ancora che si chiamasse così...

«Ho avuto un’illuminazione quando giocavo a pallavolo. Incontrai Giuseppe Guidetti e Franco Bartolomasi, nazionali, che giocavano in A e chiesi loro: “Perché io sono in serie B e voi in A?” Loro mi dissero: “Ci alleniamo due volte al giorno”. All’epoca insegnavano a Reggio. Partivano da Modena alle 6 di mattina, si fermavano sul Secchia a correre per un’ora e poi alla sera tornavano ad allenarsi. Allora mi dissi: “Loro si allenano due volte al giorno? Io allora faccio l’allenamento totale, tutto il giorno, e così sono diventato un giocatore di serie A. Come pallavolista ho portato La Torre in A due volte, nel 1961 e nel 1963 e nel 1962 ci ho portato l’Esercito, come capitano e allenatore».

L’allenamento totale è una filosofia che si è portato dietro da sportivo e da dirigente e la segue tutt’ora. Su Youtube ha un suo canale dove mostra i suoi allenamenti e dà consigli.

«Quando sento parlare di problemi psicologici, di carica psicologia mi viene da ridere. Sono tutte cavolate. Bisogna correre, fare ore di allenamento. Altro che 4-3-3, 4-2-4 e così via...».

Al calcio come è arrivato?

«Nel 1957 venni preso all’Isef a Roma. Conobbi quella che poi divenne mia moglie, Graziella Greco. Quando giocavo nell’Esercito invece di tornare a Reggio in licenza, andavo da lei a Catanzaro, dove insegnava. Quando lei era impegnata io andavo al campo sportivo ad allenarmi e lì mi notò il professor Enzo Dolfin, che restò colpito da quello che facevo. Quando nel ’67 andò alla Reggina, come ds, mi chiamò a fare la preparazione atletica pre-campionato. Ma va fatta una precisazione.

Quale?

«All’epoca non si faceva la preparazione atletica. Ti dicevano: “Noi giochiamo a calcio, non dobbiamo mica andare alle Olimpiadi”. C’era molta ignoranza e poca professionalità nel calcio. Facevano allenamenti comici. Dolfin prese me per la preparazione pre-campionato e Francesco Scoglio, che poi allenò il Genoa, a fare il recupero degli infortunati».

Dunque eravate dei pionieri nel vostro settore?

«I tecnici non sapevano niente di niente di preparazione, ma solo di calcio. Gli allenamenti erano all’acqua di rose, si giocava a calcio-tennis, si battevano le punizioni. Certi giocatori finita la partita della domenica tornavano al martedì con 10 chili in più per quanto avevano mangiato».

Dopo la Reggina dove andò?

«Nel ’70 Dolfin andò a Caserta e a novembre mi chiamò: “Se non viene qua non vinco il campionato”, mi disse. Ma io facevo il professore a Reggio all’Itis e non potevo essere tesserato perché avevo la mia squadra, allenavo il Risorgimento, una squadra giovanile. Ero in società con il “Mecco” (Domenico Mussini, ndr). Comunque presi un mese di congedo e andai a Caserta. La mia ricetta fu semplice: allenamento tutti i giorni, con seduta doppia al mercoledì e al giovedì. Li ho massacrati e abbiamo vinto il campionato in carrozza. Ma non sono rimasto l’anno dopo».

Perché?

«Tanti motivi, comunque quando vinci sale sul carro del vincitore anche gente poco raccomandabile, è ancora così nel calcio. Fu meglio andarsene».

L’esperienza al Risorgimento come andò?

«Insieme al “Mecco”, abbiamo lanciato giovani come Vescovi, che ha giocato in B, il portiere Benevelli, che è andato in A, Romano, Bertoni, Canovi che è stato nel Mantova e nel Carpi, Pattacini che ha giocato nel Catania e nel Rimini, Sesena che è andato alla Lazio...».

Veniamo a un nome importante per la storia della Reggiana. È vero che al Como, dove faceva l’osservatore, ha segnalato Marchioro?

«Sono andato a Como nel ’71. Avevo un mio quadernino, dove tenevo i nomi dei giocatori, dei mister, le presenze, i gol e fui colpito dal Verbania, che giocava in serie C. Lo andai a vedere. Il mister era Marchioro. Il secondo era Bagnoli, che poi vinse il campionato a Verona. Fu un bell’allenamento, Marchioro faceva cose diverse, così come poi nel 1984 fui colpito da Sacchi che allenava il Rimini e volli a tutti i cosi alla Sambenedettese, dove ero ds: mi dimisi perché non lo presero. Avevo già l’accordo con Sacchi, con 30 milioni era preso».

Aspetti, torniamo a Marchioro...

«Marchioro andò prima all’Alessandria e poi, su mio consiglio, arrivo al Como nel 1973».

Tornando a Sacchi invece...

«I miei quadernini mi dicevano che questo Rimini di mezzi sconosciuti stava facendo bene. Telefonai e chiesi di assistere a un allenamento. Mi diedero appuntamento al mercoledì. Per un’ora e mezza Sacchi fece fare solo degli schemi ai giocatori. Rimasi colpito. Dopo pranzo andammo ai giardini di Rimini, dove c’era una montagnola, dove fece un’altra ora e mezza di allenamento fisico, con ostacoli, paletti...Mi ricordo che quando i giocatori sfiniti salirono sul pullman si alzò Nando De Napoli a dire: “Mister ci siamo allenati poco, facciamo ancora allenamento”. E tutti a ridere».

Dunque Sacchi le fece una grande impressione.

«Chiamai subito il vicepresidente della Samb e gli dissi che dovevamo prenderlo e quando il consiglio bocciò la mia richiesta mi dimisi e andai alla Lucchese, che portai dalla C2 alla C1».

Come osservatore e dirigente sportivo quali giocatori ha consigliato e trattato?

«Al Como mi ricordo una famosa riunione. Cercavano un terzino fluidificante. Il presidente disse: “Marchioro cosa dice?” E lui: “Vorrei Andina del Varese”. E il presidente ancora: “E lei Gambetti?”. E io faccio: “Prendiamo Tardelli dal Pisa”. Il presidente allora ordinò di prenderlo subito, lo pagammo 150 milioni».

Fu un bell’acquisto.

«Ma non è finita lì. Lo usavano come terzino fluidificante. Le prime quattro partite il Como le perse e io consigliai di utilizzarlo a centrocampo, ed è stata una mossa che ha portato il Como in serie A».

Qualche delusione?

«L’anno dopo, nella stagione 1975/1976, vendemmo Tardelli e la Juventus ci offrì un giocatore in prestito. Io chiesi il giovane Paolo Rossi.

Beh, allora che delusione fu?

«Non fu un anno positivo per Rossi, giocò poco e non segnò. A fine anno mi dissero: “Ci hai fatto prendere un giocatore che non è degno di vestire la nostra maglia”. La stagione dopo andò al Lanerossi Vicenza e sappiamo come è andata a finire».

Ha lavorato in molte squadre: perché non alla Reggiana?

«Con la Reggiana ebbi un contatto verso la fine degli anni ’70. Fontanili, che era il factotum, mi chiese se volevo fare il ds. Come osservatore al Como prendevo 12 milioni, ne chiesi 15 per fare il ds e non trovammo l’accordo».

E di Ancelotti cosa mi dice?

«Quando giocava nel Parma lo mandai a fare un provino al Como. Il ds del Parma Del Grosso, che era stato anche alla Reggiana, mandò a visionare oltre ad Ancelotti anche l’attaccante Cavalieri. Il Como bocciò Ancelotti e si tenne Cavalieri...».

Lei come direttore sportivo ha sempre dato un’occhio al bilancio delle società...

«È fondamentale, altrimenti si fa una brutta fine. Quando nel 1989 sono andato a Barletta c’erano 5 miliardi di deficit e lasciai con 7 miliardi di attivo. Alla Samb lo aveva ridotto da 13 a 8 miliardi e trovato un imprenditore reggiano che voleva rilevare la squadra per sei miliardi ma non gli venne data». —





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