«Il calcio femminile è cresciuto tantissimo Gli uomini cambino atteggiamento»
Martedì a Reggio la Nazionale donne sfida in amichevole l’Irlanda Il ct Milena Bertolini illustra i grandi progressi del movimento
L’intervista
Massimo Sesena
Milena Bertolini è una che ha studiato. Fin da quando, difensore centrale, studiava i movimenti delle avversarie che doveva mettere in condizioni di non nuocere. O da quando, dall’estate 2017 è diventata commissario tecnico della nazionale femminile di calcio, e il suo compito è cambiato, e il suo obiettivo è diventato quello di mettere una intera squadra in condizioni di stupire. E anche qui c’entra lo studio, è lo studio delle potenzialità delle sue giocatrici la chiave di un risultato – l’accesso alla fase finale dei Mondiali in programma dai primi di giugno in Francia – che l’Italia aspettava da vent’anni. Le femmine ai Mondiali, a sognare in grande, i maschi a casa, a ricostruire su macerie. Invero, che ci si trovi di fronte a una sorta di nemesi è abbastanza evidente: basta guardare quel che succede attorno al circo del calcio maschile e ai riverberi squallidi quando su quel palcoscenico s’affacciano con merito, le donne.
Bandiera del calcio femminile a Reggio, ex presidente della Fondazione per lo sport, la correggese Milena Bertolini torna a casa per una delle due amichevoli che separano la nazionale dal ritiro pre-Mondiale a Coverciano, in maggio. Martedì alle 18,30 Sara Gama e compagne scenderanno in campo al Città del Tricolore per il test-match contro l’Irlanda.
Chiamarla mister non mi piace: voglio contribuire anch’io all’affrancamento dal mondo maschile e provo a utilizzare un più neutro coach. Coach, da dove cominciamo? Da un campione del Mondo che dice che le donne che parlano di tattica gli fanno venire il voltastomaco? Dagli insulti di un giornalista a una guardalinee? Da tutti i commenti su Wanda Nara?
«Perché invece non partiamo da queste ragazze splendide che stanno facendo passi importanti per loro stesse e per il movimento nel suo complesso? La sfida scudetto tra Juventus e Fiorentina, con quarantamila persone è stato un segnale molto importante per il calcio, per tutto il calcio. L’unico neo di quel giorno di festa, e lo dico da commissario tecnico, il grave infortunio di Cecilia Salvai, punto di forza della nostra difesa azzurra».
La sua nazionale è lo specchio di un movimento che in questi anni è cresciuto tantissimo. Quanto ha influito l’obbligo per le società di serie A maschile di dotarsi di squadre femminili?
«Ha aiutato moltissimo, non c’è dubbio, anche per il fatto che tutte le società professionistiche hanno deciso non solo di dotarsi di squadre giovanili come prescriveva la norma, ma anche di allestire una prima squadra. Dal gradino più basso fino alla prima squadra è stato importante, soprattutto dal punto di vista delle risorse. Ora anche per le ragazze che lo vogliono c’è la possibilità di poter fare calcio in maniera seria. Una cosa che fino a quattro-cinque anni fa era impensabile in Italia».
Lei se li ricorda quei tempi, anche a Reggio Emilia, quando vestiva la maglia granata…
«Certo. Tre allenamenti la settimana, trasferte lunghissime, il lavoro, la famiglia… Una cosa normale, ma solo perché si trattava di donne, che a prescindere dal calcio, fanno tante cose insieme, senza che gliene venga riconosciuto pieno merito. Ora le cose sono cambiate e i risultati si cominciano a vedere».
Ora la Reggiana Calcio femminile non esiste più, è stata assorbita dal Sassuolo e questo ha originato in passato episodi incresciosi da parte dei tifosi granata che sono freddi rispetto alle neroverdi di Betty Vignotto...
«Le dico la verità. La freddezza verso quella squadra, da parte del pubblico della Reggiana maschile, c’è sempre stata, anche quando si chiamava Reggiana e vestiva il granata invece del neroverde».
È quindi – a suo parere – un problema di generi in conflitto?
«È un problema di chi si sente minacciato, senza ragione, in quello che ritiene, sbagliando, un esclusivo settore di sua competenza. Poi nel caso del Sassuolo si sono innescate anche altre dinamiche ma, ripeto, la diffidenza noi la sentivamo anche quando ci chiamavamo Reggiana».
Torniamo alla maglia azzurra. Ora con la qualificazione alla fase finale dei Mondiali, l’asticella si sposta ancora più in alto. Qual è il vostro nuovo obiettivo?
«Proveremo a passare il turno nel girone».
C’è molta reggianità in questa sua risposta: mi viene in mente il detto vola bas…
«Io parlerei di realismo. Siamo nella cosiddetta terza fascia. Nel ranking mondiale, abbiamo davanti almeno 14 squadre: nel nostro girone ci sono Australia e Brasile che sono fortissime, la Giamaica è al nostro livello. Si qualificano le prime due di ogni girone, non sarà facile…».
Fa strano sentire che, parlando di calcio l’Australia è più forte dell’Italia…
«Eppure è la realtà. Ci sono paesi in cui il calcio femminile è più avanti. L’Australia è tra questi, anche gli Stati Uniti hanno una squadra fortissima. Si tratta di paesi dove il calcio femminile è tra gli sport praticati e insegnati nelle scuole».
Lei ha provato a dribblarle ma alla fine ci tocca. Lei cosa pensa di quello che ha detto Collovati sulle donne che parlano di tattica?
«Non generalizzo, ma credo che gli uomini che ragionano in questo modo stiano sbagliando, e debbano guardare dentro se stessi, ai nodi che non hanno sciolto».
E quali sarebbero, questi nodi?
«Io ho allenato in tutte le categorie femminili, e in quelle maschili fino all’Eccellenza. Mi ricordo che lo notavo quasi ogni volta: quando scendevamo in campo e sull’altra panchina sedeva un allenatore, questo quasi sempre cominciava ad agitarsi, solo per il fatto che dall’altra parte c’ero io, che potevo magari saperne di più. E nel caso avesse perso, ne avrebbe fatto sicuramente un dramma, lo si capiva dal suo nervosismo».
E questo atteggiamento come si combatte?
«Con l’educazione, che poi, il più delle volte è quella che manca, come nel caso di quel giornalista e delle sue affermazioni sulla guardalinee donna, frasi che non meritano nemmeno un commento».
Poi però magari ti imbatti in figure femminili che con il calcio sembrano non avere nulla in comune, ma che poi finiscono per influire sul rendimento di un giocatore. Penso a Wanda Nara…
«Anche lei mi cade in questo errore…».
Prego?
«Ci sono stati altri casi di liti tra il procuratore di un giocatore e la società per la quale il giocatore gioca. Penso a Raiola e Donnarumma con il Milan. Ricorda? Ricorda per caso qualcuno che abbia preso di mira Raiola?».
Lei e un’altra ex granata, Carolina Morace, oggi sulla panchina del Milan femminile, siete le uniche italiane ad avere l’abilitazione per allenare squadre di serie A maschile. Se le venisse offerta una panchina di serie A maschile che farebbe?
«In questo momento sono molto felice di stare in questo ambiente». —
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