Barozzi l’instancabile «Dopo la salvezza della Grissin Bon mi diverto col Baiso»
Il direttore generale della Pallacanestro Reggiana non è andato in ferie: prima deve portare a termine una missione
L’INTERVISTA
ADRIANO ARATI
Sei giorni e mezzo in ufficio, qualche ora sul campo a inseguire la gioia di sempre.
È una vita piacevolmente dominata da un’eterna passione dello sport, quella del direttore generale di Pallacanestro Reggiana Filippo Barozzi.
Domenica scorsa Barozzi, portiere dall’età di 5 anni, ha indossato di nuovo i guanti disputando gli ultimi minuti del primo turno del sempre sentitissimo Torneo della Montagna con la maglia del suo Baiso Secchia.
Dopo tante stagioni come giocatore a tempo pieno e un inevitabile calo dell’impegno dovuto all’aumento dei carichi professionali, in questo 2019 Barozzi ha deciso di tornare a dare una mano alla squadra del suo paese, coprendo le spalle al titolare nel netto 5 a 2 rifilato al Felina.
Uno sprazzo di passato con idee chiare, incise anche sui guanti, dove spicca la scritta «il calcio è gioia».
E questa rimane la base: «voglio affrontare questa avventura con gioia e serenità, mai come quest’anno il Baiso è una formazione giovane che deve vivere il torneo con tranquillità. E io credo di poter portare anche la mia esperienza di vita, in questo senso», racconta Barozzi.
Oggi lei è un volto notissimo per tanti appassionati di sport, ma collegato al basket. Il primo amore, il calcio, non si scorda mai?
«Io amo lo sport da sempre, ho questa passione e poter lavorare in questo ambito per me è davvero gioia. Il lavoro mi impegna a tempo pienissimo, ma quest’anno ho voluto provare a staccare qualche ora per tornare sul campo».
Il campo da calcio è casa sua sino da bimbo, no?
«Ho iniziato a giocare a 5 anni alla Virtus Roteglia, mi hanno messo subito i guanti da portiere e da loro ho sempre giocato in porta. A Roteglia, al Sassuolo e poi nei campionati dilettantistici».
Il ruolo era nel suo destino famigliare, giusto?
«Mio padre è stato il portiere del Baiso negli anni più brillanti del Torneo della Montagna, quello delle finali e della vittoria con il Collagna. Ma si è ritirato prima che io nascessi, l’ho visto solo in cassetta».
Al basket come è arrivato?
«Sempre grazie al calcio, grazie ad un’intuizione di Alessandro Dalla Salda, che ho conosciuto al Torneo della Montagna». Davvero? «Dalla Salda, assieme a Stefano Zanni e a Massimo Varini, ha operato come dirigente del Baiso al Torneo della Montagna e lì ci siamo conosciuti. Ed è arrivata la proposta di entrare in società come team manager».
Aveva poco più di vent’anni. Un bel salto?
«Non ho avuto molti dubbi, la mia passione per lo sport è fortissima, era una bella opportunità per lavorare nel mondo in cui ho sempre desiderato muovermi e l’ho seguita».
In contemporanea, ha praticamente smesso di giocare. Una scelta dolorosa?
«Era impossibile riuscire ad allenarsi e a fare sport con la dedizione necessaria, lavorando in società. Il nostro impegno è molto alto. Ma io sono stato felice della scelta, avevo già realizzato da alcuni anni che da atleta non avrei potuto trasformare lo sport nella mia vita».
Non è un po’ drastico? «No, avevo capito che come giocatore non avevo le qualità per trasformare quell’amore in un percorso di vita. E quando è arrivata l’opportunità con il basket ero pronto. Altri magari continuano ad inseguire il sogno in un altro modo, ma io avevo le idee chiare».
Da team manager a direttore operativo. E ora direttore generale. Di tempo per il calcio ne rimane sempre poco, salendo di grado?
«Il tempo è pochissimo, soprattutto per come vivo io questo lavoro, dedicandomi sempre a tutti gli aspetti della società. Non c’è possibilità di fare sport seriamente, anche in questa fase in cui non c’è il campionato ci sono sempre necessità e impegni».
I l Torneo della Montagna è almeno un’oasi di ossigeno?
«Dopo una stagione piuttosto travagliata per noi, diciamo che è un modo per sorridere e divertirsi qualche ora ogni settimana nel mio paese».
Ora il Montagna entra nel vivo. Chi lo vincerà? Il Baiso?
«Quello che posso dire è mai come quest’anno, per via di parecchi infortuni, il Baiso Secchia è una squadra giovani che deve pensare a vivere l’esperienza con serenità.
In questo ci sta aiutando molto un allenatore come Lauro Bonini, con le sue qualità umane. Dobbiamo ricordarci che il calcio è gioia, l’ho scritto anche sui guanti». —
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