Frates: «Melli ha deciso di andare nella NBA al momento giusto»
Il coach milanese portò Nicolò in panchina in serie A quando il talento reggiano aveva soltanto 13 anni e ne ha seguito la crescita
«Nicolò Melli ha sempre fatto le scelte giuste al momento giusto, e anche la decisione di andare ora nella Nba è azzeccatissima».
Parla con cognizione di causa Fabrizio Frates, il coach che portò Melli in panchina in serie A e che poi, un decennio dopo, lo ha aiutato nella sua crescita tecnica e fisica a Milano.
«Nicolò ha sempre fatto le scelte giuste, andando nel posto giusto al momento giusto, mai troppo presto. È una dote di pochi. Poteva andare nella Nba anche prima, ma ha aspettato, al Fenerbahce ha fatto esperienza ad altissimo livello e ora è arrivata la squadra giusta», fa presente.
Cosa intende?
«I Pelicans sono una squadra rampante, con un progetto a medio termine dietro alla prima scelta Zion Williamson. Il posto giusto per Melli».
Perché?
«Perché lì potrà trovare spazio in una situazione di crescita. Si parla sempre di Nba, ma bisogna vedere sempre le situazioni: se uno va in una squadra in cui la star gioca nel suo ruolo, non potrà emergere».
Oggi parliamo di Nba, lei lo ha visto ragazzino. Che ricordi ha?
«Delle paste che portò per il suo debutto, era felicissimo. Il suo esordio avvenne in una situazione sfortunata, fra infortuni e malanni eravamo in pochi e cercammo nel settore giovanile».
E pescaste il più promettente.
«Era chiaro che aveva tante doti, ma va ricordato che lui ha lavorato tantissimo ed è cresciuto tantissimo col tempo, grazie alla sua dedizione».
Lei lo ha ritrovato adulto a Milano, dieci anni dopo. Un altro mondo?
«Penso sia stato un periodo cruciale per lui, di grande crescita. Lui restava tantissimo a lavorare dopo allenamento con me, con Mario Fioretti e con il preparatore atletico Max Annoni. Annoni lo ha aiutato a risolvere un problema».
Quale?
«Una questione di fisicità. Melli tendeva ad avere una posizione troppo eretta dopo i contatti, e faticava in area. Con Annoni, ex giocatore di football americano, lo allenavamo sui contatti usando degli enormi cuscini di gomma».
Un lavoro pesante?
«Pesantissimo, facevamo pick and roll e lui doveva chiudere prendendosi i colpi di Annoni. Non si è mai lamentato, e gli è servito tanto, lo ha completato. Il tocco lo aveva già, e così l’agilità».
Il salto di qualità quando lo ha fatto?
«Fra Bamberg e Fenerbahce. Ha potuto giocare con continuità, ha fatto benissimo, e in Turchi si è misurato coi migliori, giocando spesso anche da 5, aiutando in difesa con enorme efficacia».
Nella Nba come si troverà?
«In Europa era un 4 che poteva giocare anche da 5, in un basket dove i 5 sono sempre più atipici. Là forse sarà più un 4 puro, ma non è detto».
Troverà rivali molto più massicci, no?
«È vero, i centri Nba hanno 15, 20 kg in più di lui, ma di giocatori che giocano spalle a canestro di fisico non ce ne sono quasi più. Il problema è relativo, contro i 4 invece dovrà adattarsi, ci vorrà un po’. Oggi i 4 nella Nba sono atletoni di 210 cm, rapidissimi, di enorme mobilità. E le regole Nba liberano l’area, ci sono tanti isolamenti e lui dovrà dimostrare di tenere contro giocatori rapidissimi». —
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