«Io, arbitro-professore dall’Italia agli Usa In campo con big come il coach Nurse»
Roberto Mazza, una passione per la palla a spicchi lunga 28 anni, ha deciso di ritirarsi dopo aver diretto oltre mille partite
L’INTERVISTA
TOMMASO LANDINI
Fischietto in bocca dal 1991, ha arbitrato oltre mille partite tra Italia, Usa e Regno Unito: ora, a 28 anni di distanza, ha deciso di ritirarsi. Si tratta di Roberto Mazza, 45enne originario di Castelnovo Sotto, attualmente docente di Storia del Medio Oriente all’Università di Limerick, in Irlanda. Uno storico con la passione per la palla a spicchi, insomma.
«La passione per la pallacanestro è nata di riflesso - spiega - Giulio Sassi, compianto ex presidente di Coopsette Basket, mi chiese di fare il corso allenatori. A 17 anni, dopo aver passato il corso e aver arbitrato 40 partite come richiesto, mi resi conto che arbitrare mi riusciva bene».
Come mai ha deciso di darsi all'arbitraggio?
«Arbitrare è una passione che richiede senso della responsabilità: uno stimolo mi è venuto proprio dalla mia personalità e dalla voglia di contribuire a qualcosa di più grande. Arbitrare richiede poi molta pazienza ed anche una certa dose di protagonismo, in senso positivo: arbitrare vuol dire essere al centro della partita e allo stesso tempo invisibile, un equilibrio non facile».
Ha arbitrato solo giovanili o anche prime squadre?
«All’inizio ho arbitrato solo giovanili, poi nel 1991 ho iniziato ad arbitrare la Promozione. Di lì sono arrivato rapidamente in D e poi in C2. Il 1999 fu un anno di svolta: il presidente Fip provinciale, Jerry Ferrari, mi chiese di diventare il presidente del gruppo arbitri e ufficiali di campo di Reggio. Non ci pensai due volte e accettai la sfida. Ripresi ad arbitrare, di nuovo in C2 fino al 2002 quando poi decisi di trasferirmi in Inghilterra».
Nel Regno Unito com'è proseguita la sua carriera arbitrale?
«Mi trasferii prima per studiare, poi per iniziare la carriera accademica, e lì sono rimasto fino al 2009. Siccome volevo continuare ad arbitrare, chiesi contatti a Fabio Facchini (arbitro in serie A fino al 2012), e di lì a pochi mesi mi ritrovai ad arbitrare il massimo campionato inglese. Il livello era buono, sicuramente superiore alla C2. Mi sono trovato a lavorare con persone che non solo mi hanno stimato, ma mi hanno dato la possibilità di crescere come arbitro. Probabilmente, se non fossi poi andato negli Stati Uniti, avrei avuto la possibilita’ di diventare un arbitro Fiba».
Nel 2009, quindi, l’approdo negli Usa.
«Esatto: proprio quell’anno mi trasferii in Illinois. Stavolta furono dei colleghi inglesi che avevano arbitrato negli Stati Uniti a darmi i giusti agganci. Si tratta di un mondo completamente diverso: non esistono federazioni sportive e di fatto non esiste un centro che gestisce e sviluppa gli arbitri. Fortunatamente, proprio nell’Universita’ in cui ero andato a lavorare c’era un assignor, cioè una figura dedita alla designazione degli arbitri per i campionati high school e college. Per lo più ho arbitrato Varsity – l’ultimo anno dell’high school prima del college – ma anche partite di college minore. È stata un’esperienza incredibile: sono stato in palestre con tremila persone che erano lì per vedere, fondamentalmente, una partita tra ragazzi».
Nel 2015 un nuovo trasferimento.
«Questa volta in Irlanda. Da un certo punto di vista ero contento di rientrare nel mondo Fiba e prendere contatti con la federazione irlandese è stato facile. Vista l’esperienza accumulata mi sono ritrovato subito ad arbitrare la Superleague (la seria A locale) che però è piuttosto povera come qualità e organizzazione».
In Italia si parla spesso di un problema di mancanza di cultura sportiva. Quali sono le principali differenze riscontrate tra il nostro Paese e le altre nazioni?
«Che in Italia manchi cultura sportiva è indubbio, basti solo pensare a come vengono trattate le partite femminili. Nelle varie Nazioni in cui ho arbitrato, il compenso dato all’arbitro per una partita femminile o maschile è lo stesso, in Italia no: già solo questo ti fa capire come la cultura sportiva sia diversa. Certo, il problema dell’ignoranza delle regole da parte di giocatori, allenatori, spettatori è una caratteristica globale, solo che spesso non si tramuta in tragedie greche, urla, risse o altro. Un’altra differenza, notevole, l’ho sperimentata nella considerazione che viene data all’arbitro: all’estero ho sempre sentito rispetto verso il ruolo».
La partita più importante che ha arbitrato?
«Ho avuto il piacere di arbitrare una finale di Promozione, una di D e una di C2, tante partite di playoff e finali in Inghilterra. La partita che ricordo di più, però, è stata una gara varsity a Quincy (Illinois): derby fra due scuole: tremila persone e una coreografia spettacolare».
Nel corso della sua carriera le è capitato di arbitrare qualcuno che poi è diventato famoso nel mondo del basket?
«Quando si arbitra per tanto tempo e si ha la possibilità di farlo a buoni livelli capita di avere a che fare con ex-campioni o futuri tali. Ho avuto il piacere di arbitrare John Amaechi (ex NBA e Bologna) quando si ritirò a Manchester, ma anche e soprattutto Nick Nurse, allora allenatore dei Brighton Bears, e attuale coach dei Toronto Raptors. Arbitrai l’ultima partita che allenò in Inghilterra prima che tornasse negli Stati Uniti: mai mi sarei aspettato che potesse arrivare a vincere il titolo Nba».
Perché ha deciso di smettere?
In Irlanda per varie ragioni non mi sono trovato bene e, considerando il fatto che ho due bimbi e tante altre passioni che mi piacerebbe sviluppare, ho pensato che fosse arrivato il momento di appendere il fischietto al chiodo. Mi rimangono alcuni sfizi che vorrei togliermi. Mi piacerebbe arbitrare un’amichevole della Pallacanestro Reggian e soprattutto mi piacerebbe poter trasmettere tutta l’esperienza accumulata in qualche modo alle nuove generazioni di arbitri».
Esiste qualche possibilità di ripensamento?
Inizialmente no: ero molto fermo nella mia decisione. Poi però mia moglie ha avuto un’offerta di lavoro negli Stati Uniti dalla Northwestern University, e io la seguirò come visiting professor. Così ho pensato che forse potrei, dico potrei, provare ad arbitrare in Ncaa, stavolta la prima divisione. Per ora c’è un camp che mi aspetta, poi vedremo». —
BY NC ND ALCUNI DIRITTI RISERVATI
Non lasciare decidere l'algoritmo:
scegli Gazzetta di Reggio per le tue notizie su Google