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«In campo so sprigionare la mia energia e alla Grissin Bon voglio trasmetterla tutta»

Linda Pigozzi
«In campo so sprigionare la mia energia e alla Grissin Bon voglio trasmetterla tutta»

Josh Owens, il centro con la valigia, è stato uno dei colpi del mercato estivo ed è il punto forza sotto canestro del team biancorosso 

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il personaggio

Linda Pigozzi

Josh Owens e il cambiamento. Una costante che appena 14enne lo convince a dire che «la mia unica certezza della mia vita saranno i cambiamenti».

Ce ne sono tanti, di cambiamenti, nella vita e nella carriera del 30enne centro di Portsmouth, uno dei colpi del mercato della Grissin Bon. Anche se il filo conduttore resta uno, e solo uno.

«Mi rivedo bambino - racconta - nel cortile di casa nel New Hampshire sotto canestro che prendevo i rimbalzi di mio fratello maggiore».

Poi la scuola. E ancora il basket. Perché Josh inizia presto a fare sul serio.

«Attorno ai dodici anni già giocavo. All’inizio dell’high school ho compreso che il basket avrebbe potuto esserci nel mio futuro. Crescevo molto in altezza e ho maturato la consapevolezza che avrei potuto ambire a entrare nel college».

Eppure gli manca qualcosa di importante, gli viene fatto notare.

«La cattiveria. I miei primi allenatori mi dicevano che avrei dovuto essere più arrabbiato quando giocavo. Crescendo ho capito come il segreto non sia far uscire la rabbia fuori controllo, ma incanalarla nei momenti giusti. E questo è ciò che ho imparato in quegli anni e che mi porto dietro ancora oggi».

Poi, il college. Non uno qualsiasi, ma Stanford.

Josh e il prestigioso ateneo si scelgono vicendevolmente.

Lì si laurea in economia, poi prende anche un master in ingegneria civile e ambientale. E l’immagine di quel periodo è quella di uno studente che non vuol perdere terreno rispetto alla classe ma che pure deve far convivere lo studio con gli allenamenti e le partite.

«È stato molto duro, in particolare il primo periodo - ammette oggi, con un sorriso tirato -. Quando giocavamo in trasferta perdevo parecchie lezioni e recuperare non era semplice. Volevo però completare il mio percorso di studi. Sin da quando ero molto piccolo, avevo nella mia testa ben chiaro che non avrei potuto giocare a basket per tutta la vita e che avrei dovuto prepararmi al meglio per quando avrei finito la mia carriera da giocatore. Tuttora non mi sto fermo solo al basket. Mi tengo attivo, informato».

E gli interessi spaziano «dal design alla sostenibilità fino alla finanza».

Eppure l’ultima immagine che ha fotografato nella memoria della sua carriera universitaria lo vede su un campo da basket. Anche qui, non uno qualsiasi. «Il Madison Square Garden dove, con un gruppo di ragazzi fantastici, giocai e vinsi il NIT Championship».

Poi la Summer League e un training camp con i Charlotte Bobcats. Era l’estate del 2012.

«Fui uno degli ultimi tagli. Dopo di che rimasi fermo un paio di mesi pensando al mio futuro. Alcuni amici mi offrirono posti di lavoro ben retribuiti nella Silicon Valley e fui tentato di lasciare il basket. Decisi però di continuare a giocare e andai in G-League, anche se non fu molto divertente».

Dagli States all’Europa.

«Feci un trainig camp di un mese a Siena e l’Italia mi piacque moltissimo. Un mio amico mi mise poi in contatto con l’Hapoel Tel Aviv e venni arruolato. Così, di fatto, iniziò la mia carriera europea».

Con la maglia dell’Hapoel, lo nota un certo Maurizio Buscaglia che l’anno successivo - la stagione 2014-15 - lo vuole a Trento.

«Fu un anno molto positivo - ricorda - eravamo un gruppo molto unito che stava bene anche fuori dal campo».

Fa talmente bene, Josh, in maglia bianconera che la stagione successiva lo recluta la Reyer desiderosa di rinforzarsi per puntare in altissimo. Venezia viene però sconfitta in semifinale da Milano che, come a Reggio tristemente si ricorda, si cucirà lo scudo sul petto al Bigi battendo in finale la Grissin Bon.

Sono immagini che corrono e si susseguono veloci, quelle che seguono. Owens lascia l’Italia, si rimette in viaggio: una comparsata in maglia AEK Atene, poi passa ai turchi del Pinar. Resta in Turchia anche nella stagione 2017/18 che lo vede protagonista col Tofas. C’è di nuovo Israele (Hapoel Gerusalemme), prima che Buscaglia torni a cercarlo. Per portarlo a Reggio, stavolta.

«L’aver parlato col coach ha avuto un ruolo importante nella mia scelta, C’erano anche tanti altri fattori che mi hanno convinto a scegliere la Grissin Bon, ma sicuramente trovare qui un allenatore con cui ho tanta familiarità è servito».

La realtà reggiana gli è però sconosciuta. E nei fatti il suo passaggio è un altro cambiamento. «Se penso alla mia vita, dico che l’unica certezza è il cambiamento. Conosco l’ambiente del basket e so che non si può pensare di stare a lungo nello stesso posto. Bisogna quindi sviluppare la vita in modo positivo, con la consapevolezza che ci si dovrà adattare».

Il filo conduttore resta però il basket. E c’è un motivo validissimo.

«Per me la pallacanestro è terapeutica - rivela -. Io penso tanto, la mia mente è sempre in movimento. Quando sono in campo però non ho preoccupazione e posso solo sprigionare la mia energia. A Reggio voglio metterne tanta. Voglio finire la stagione senza rimpianti, con la consapevolezza di avere dato tutto. Dipenderà da noi dove arriveremo. Qualcosa di buono l’abbiamo già mostrato, ma c’è ancora tanto, tantissimo, da migliorare». —

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