Bambini vittime del business calcistico A 6-7 anni sono già uomini-mercato
È precipitata negli ultimi anni l’età dei prospetti più interessanti selezionati per le big da scout e osservatori
REGGIO EMILIA. Hanno 6-7 anni appena compiuti, ma sono già nel mirino delle più importanti società della regione.
Ecco l’ultimo capitolo del calcio moderno, sempre più legato all’ottica del business e degli interessi, e che non conosce limiti di alcun genere.
Sono sempre più infatti gli osservatori inviati dalle rispettive società nei molteplici campi delle scuole calcio di Reggio e provincia, alla ricerca dei campioni del domani.
I club più blasonati (Parma, Bologna e Sassuolo su tutti) fanno forza sulla possibilità di un futuro in serie A per convincere i genitori a cedere alle loro “avances”, e soprattutto per bruciare la concorrenza facendo restare a mani vuote le avversarie.
Gli scout annotano sul taccuino i giocatori più promettenti, poi a fine partita avvicinano l’allenatore per chiedere la distinta e per avere un primo ed informale contatto. Quindi avviene la negoziazione vera e propria con la società d’appartenenza e con la famiglia del ragazzo, prospettando il miglior sviluppo possibile per la crescita del giovane.
E’ normale tutto questo? Non è controproducente bruciare le tappe?
«Da regolamento siamo obbligati quest’anno a schierare una formazione di 2010 - afferma il responsabile del settore giovanile della Reggiana Vittorio Cattani - per quanto mi riguarda penso però sarebbe più giusto l’istituzione di un’Accademia dove non esiste selezione, come abbiamo fatto a Modena l’anno scorso. Anche l’organizzazione degli Open Day segue quest’ottica: a quell’età l’unico pensiero di questi giovanissimi atleti dovrebbe essere infatti il divertimento, e la nostra idea è quella di farli crescere fidelizzandoli al colore granata e rimandando il più possibile destinazioni verso team più ambiti».
Sergio Eberini, indimenticato portiere granata e allenatore granata e oggi punto di riferimento delle Terre Matildiche prova dall’alto della sua esperienza a fornire una spiegazione: «I club operano in questo modo per non farsi scappare un possibile talento. L’età è sicuramente precoce, ma purtroppo è un sistema utilizzato dagli scout per avere maggiori considerazioni. Per quanto mi riguarda -chiude Eberini- io non toglierei nessuno dal proprio contesto prima della fine della scuola elementare».
Con questo ragionamento “Ebero” sembra allora sposare la filosofia intrapresa dal settore giovanile del Carpi, che comincia la propria attività a partire dai 9 anni in avanti.
Se però il Carpi dovesse un domani ritornare in serie A, la situazione cambierebbe per via di questi sempre più discussi regolamenti?
Per non parlare dei premi di valorizzazione, modo per incentivare i club dilettantistici ad investire sui giovani in cambio di retribuzioni economiche, che però non sempre vengono percepite. Chiedere al Boca Barco (fratelli Traorè) per conferma.
La situazione è ingarbugliata, tra chi cita esempi di giocatori che ce l’hanno fatta anche compiendo il grande salto a quell’età, e chi invece è totalmente contrario ad un uso esasperato delle capacità di questi bambini.
A prescindere dalle posizioni, è comunque chiaro che bisogna prendere coscienza dell’esistenza del fenomeno, e scriverne usando la minuscola.
Per il Fenomeno vero, quello con la “F” maiuscola, forse meglio ripassare tra qualche anno. —
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