Breveglieri: "Così seguo il mercato per la Grissin Bon"
Il responsabile scouting della Pallacanestro Reggiana ha il compito di valutare potenziali nuovi stranieri per il team
REGGIO EMILIA. Valutare giocatori dentro e fuori dal campo, proporre affari convenienti, aiutare gli atleti a crescere. Ha un ruolo forse poco visibile ma decisamente pesante Roberto “Bebo” Breveglieri, tornato in estate alla Pallacanestro Reggiana come responsabile dello scouting e come allenatore impegnato nello sviluppo individuale.
In biancorosso, dove aveva già lasciato un buon ricordo come vice di Max Menetti nell’anno della retrocessione in A2, è approdato dopo un’esperienza triennale come scout per l’Olimpia Milano.
Cosa fa uno scout nel basket?
«Nel mio caso devo valutare non gli avversari, ma i giocatori che potrebbero interessarci quando andremo sul mercato».
Quello è il suo momento?
«Io devo essere pronto a portare suggerimenti su giocatori che secondo me si adattano bene alla società ed all’allenatore e, ovviamente, alle possibilità economiche del club».
Nel concreto?
«Devo guardare tantissimi giocatori, non solo durante le partite, ma anche in video, e devo essere aggiornato su quello che succede, su come vanno i giocatori, per trovare gli elementi adatti».
È anche un lavoro di relazioni?
«Assolutamente. La valutazione tecnica e fisica e il contesto sono una parte del lavoro, la prima. Se penso che un giocatore siano adatto al contesto Pallacanestro Reggiana, poi devo verificare un sacco di altre cose».
Quali?
«Cerco di capire tutto quello che riguarda la persona: che persona è, se ha avuto problemi con allenatori e società, è stato sospeso, che stile di lavoro in allenamento ha, che stile di vita ha fuori dal campo, tanti elementi, tante valutazioni. Chi arriva con la famiglia, solitamente, può essere ritenuto più adatto perché alla sera starà a casa».
L’altra metà del compito è il lavoro tecnico individuale. Opera sempre da solo?
«No, io collaboro con lo staff tecnico per il miglioramento dei giocatori. È un lavoro di staff, non è detto che un giocatore lavori solo con me, anzi. C’è sempre interscambio con gli altri componenti dello staff tecnico: il preparatore atletico, gli assistenti, il coach».
Il confronto con il resto della società dev’essere costante?
«Tutte le scelte sono assolutamente condivise con direttore generale, direttore sportivo e staff tecnico. Io valuto un certo numero di giocatori, poi per ogni ruolo porto una piccola parte di proposte, quelle che ritengo più adatte, e poi tutti guardano questi profili. Io faccio la scrematura, per così dire».
È lei ad aver indicato i volti nuovi come Upshaw, Pardon e Vojvoda?
«Ovviamente quei tre non sono gli unici nomi che ho fatto, erano parte di un elenco per ogni ruolo, sono stati valutati tutti insieme come i più adatti per il nostro progetto».
Un parere su Pardon, in grande crescita?
«Proviene da un’ottima scuola tecnica, Nortwestern, e ha giocato in una delle conference più competitive della Ncaa. È un interno, l’obiettivo a lungo termine è anche quello di farlo giocare a fianco di Owens, ma ci vorrà tempo per arrivarci».
Per ora, invece?
«Ha grande volontà, ha bisogno di tempo per dimostrare il suo valore, credo che il suo contributo lo stia portando sempre e il contributo non è dato solo dai punti. A Pesaro ha preso 9 rimbalzi. Sinora ha dato quello che ci stavano aspettando».
L’altra novità “gustosa” è l’ungherese Vojvoda.
«Anche lui va considerato un debuttante per l’Italia dal punto di vista tecnico, anche se ha un’altra età rispetto a Pardon, questa è la prima volta che esce dall’Ungheria».
Canestro lo fa anche qui.
«È uno di quei giocatori che può toglierti le castagne dal fuoco quando come sistema squadra fatichi a produrre, sicuramente giocatore di talento e ottimo professionista».
Diamo un’occhiata al resto della serie A?
«Sto guardando così tanti atleti che fare un nome non ha molto senso, ci sono parecchi giocatori che si sono adeguati subito e non era scontato».
Non tutti sono Teodosic, come adattamento?
«Attenzione, non era scontato che lo stesso Teodosic avesse quell’impatto. Oltre al talento ha l’atteggiamento corretto, non fa assolutamente la star, è molto propositivo nei confronti dei compagni e dell’allenatore. Il suo comportamento può essere di ispirazione a tanti altri atleti. E lo stesso discorso vale per Markovic».
Loro sono eccezioni in un campionato italiano che spesso è costretto a puntare sulle novità. Una condanna o uno stimolo?
«È sicuramente molto stimolante poter ottenere del potenziale a prezzo abbordabile. Le difficoltà economiche del paese ricadono anche sul settore sportivo, soprattutto su sport che non hanno enorme visibilità: bisogna rimboccarsi le maniche e cercare di far bene anche con meno denari».
Lo scouting sarà sempre più importante?
«Non perché è il mio ruolo, anzi, ma credo che lo scout sia ruolo destinato ad aver successo, sempre più necessario per far sì che molte cose vengano fatte bene. E devo dire che molte società sono già ben strutturate».
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