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«In partita chiudo gli occhi e tiro perché so che in quel momento entrerà»

linda pigozzi
«In partita chiudo gli occhi e tiro perché so che in quel momento entrerà»

L’ungherese Vojvoda, alla sua prima volta nella serie A italiana, sta diventando uno degli idoli dei tifosi della Grissin Bon 

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il protagonista

linda pigozzi

«Ogni tanto, in partita, chiudo gli occhi e tiro, perché so che sono in uno di quei momenti in cui entrerà».

David Vojvoda da Kaposvar, Ungheria, a Reggio con licenza di emozionare.

In realtà il tiratore 29enne è di rara modestia. Tanto da rifiutare l’etichetta di superstar del suo paese.

«Non mi sento una stella in Ungheria - ammette -. È chiaro che allo Szolnoki Olaj ho giocato tanti anni e centrato tanti successi, affrontando anche la Grissin Bon in coppa. E anche se con quella maglia ho vinto tutto, non mi sento di sicuro una superstar».

In estate, con il compleanno numero 29 in arrivo, per la prima volta in carriera decide di lasciare la patria e di sposare la causa della Pallacanestro Reggio.

«Ho fatto tante buone stagioni vincendo quattro scudetti e quattro coppe d’Ungheria e avevo bisogno di nuove sfide e nuove motivazioni» spiega prima dell’allenamento mattutino di ieri in un Bigi ancora deserto.

«Volevo dimostrare a tutti i miei fans in Ungheria, ma soprattutto a me stesso, che avrei potuto reggere anche il livello del campionato italiano. La Pallacanestro Reggiana mi ha dato una grande opportunità. Questa estate ho parlato più volte con il coach Buscaglia e con altri membri dello staff e ho avuto la sensazione che tutti mi volessero fortemente e che questo potesse essere il posto giusto per me. A distanza di tre mesi, non posso che confermare la mia scelta. L’ambiente è perfetto, la mia famiglia qui si trova molto bene e la squadra è composta da bravi ragazzi. Non c’è nulla di cui io possa lamentarmi. La città mi piace. È la prima volta che mi trasferisco lontano dall’Ungheria e Reggio è la città più grande in cui ho vissuto. Sto provando pian piano a imparare l’italiano e a dire qualcosa alle persone che incontro e che mi riconoscono ma (ride, ndr) ancora non ci riesco bene».

Se club e città non l’hanno deluso e l’inserimento è avvenuto in modo estremamente facile, sui parquet di serie A Vojvoda ha trovato pane per i suoi denti.

«In Italia il basket è molto più fisico e molto più veloce, rispetto a quello che si gioca nel campionato ungherese. L’aspetto più importante è che qui, in campo, diventa necessario prendere decisioni molto più rapidamente. Venendo a Reggio non mi ero posto particolari obiettivi personali. La sfida con me stesso era dimostrare di poter reggere questo livello. Poi, logicamente, avendo già disputato le coppe con lo Szolnoki ero consapevole di quello cui andavo incontro e volevo riuscire bene anche fuori dall’Ungheria. So di dover migliorare in difesa. Non è mai stato un aspetto su cui mi sono concentrato tanto durante la mia carriera. Lo sto facendo adesso e sono soddisfatto che il coach mi dica che io ci stia riuscendo».

Per ora, a livello offensivo, ha già esalto. Nella vittoria con Pistoia - il 21 ottobre scorso - c’è stato violentemente il suo zampino. E la striscia con cui ha piegato i toscani è stata sottolineata da una standing ovation del Bigi.

«La partita con Pistoia, in realtà, era particolare per me. Arrivavo dalla brutta prestazione con Cremona e quella sera mia madre e mio padre erano venuti a vedermi per la prima volta in Italia. È stato bellissimo al terzo o quarto canestro che ho realizzato, vedere quattromila persone in piedi che urlavano e saltavano. Confesso - dice, abbassando lo sguardo e tradendo l’emozione - di aver guardato gli highlights di quella partita almeno cinque volte». —



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