«Volevo insegnare storia alle Superiori e invece oggi do lezioni di 3-5-2»
Il vice allenatore granata Renato Montagnolo dopo la laurea ha scelto il calcio
L’INTERVISTA
ANDREA MUNARI
Massimiliano Alvini è il simbolo di questa Reggiana, ma dietro di lui c'è uno staff lavora praticamente in simbiosi con lui. E il volto principale di questo staff è Renato Montagnolo: «Collaboro con il mister da quattro anni – dice – e tra di noi è nato un rapporto di grande stima».
Come sta la Reggiana? «Siamo ripartiti un po’ dalle origini, lavorando su quelli che sono i nostri principi di gioco come facevamo in ritiro».
Scappini e Lunetta quando torneranno?
«Scappini ha iniziato a fare un lavoro parziale con la squadra. Dalla prossima settimana speriamo di averlo di più in campo. Lunetta sta ultimando il suo recupero e la settimana prossima dovrebbe rientrare con la squadra e speriamo di riuscire ad inserirlo in gruppo abbastanza velocemente».
Chi è Renato Montagnolo?
«Sono nato a Catanzaro ma ho sempre vissuto a Prato. Ora però mi sento legato alle piazze in cui vivo. Reggio mi piaceva già da avversario quando al mattino presto passeggiavo in centro».
Non capita tutti i giorni di imbattersi in un allenatore di calcio laureato in storia...
«Sì, ho fatto sia la triennale che la specialistica in storia a Firenze e quello che mi ha portato a fare l’allenatore è un percorso molto strano, tanto più che alle superiori mi ero diplomato in un istituto tecnico industriale. La laurea in storia mi ha dato una formazione generale di cui vado molto orgoglioso». Quando ha iniziato a collaborare con Alvini?
«Al suo primo anno all’Albinoleffe. Io oltre ad allenare nei dilettanti tra Prato e Firenze, scrivevo alcune pubblicazioni per siti specializzati e avevo un sito personale in cui pubblicavo articoli e analisi video e da lì c’è stato un contatto. Dovevo essere uno dei collaboratori, poi ci siamo trovati subito bene nel lavorare insieme e ho fatto il suo secondo».
Sui temi di quello che oggi è il suo lavoro ha già pubblicato tre libri...
«Sì, anche se come mi piace dire spero di non scriverne più perché l’ultimo l’ho scritto dopo l’esonero di Bergamo e spero di non avere più tanto tempo a disposizione. Sono libri per allenatori che parlano di tecnica e tattica».
Come mai non fa il primo allenatore?
«Perché mi trovo bene con mister Alvini. Mi sento molto gratificato di far parte del suo staff».
Durante gli allenamenti, Alvini le lascia spesso la scena...
«Credo sia sintomo della fiducia reciproca. In più in questo modo quando prende lui in mano l’allenamento le cose risultano più incisive».
Lei si occupa di qualcosa in particolare?
«Quando lavoriamo per reparti, di solito mi occupo della linea difensiva, però il nostro è un lavoro d’insieme, che coinvolge anche il preparatore atletico. I nostri principi di gioco sono quelli di comandare la partita in fase di possesso e di essere subito aggressivi in fase di non possesso, se tutto non fosse preparato alla perfezione non riusciremmo a farlo».
Anche sui calci piazzati vi preparate molto?
«Studiamo l’avversario e cerchiamo di sfruttarne le lacune. Contro il Padova ad esempio sapevamo che tenere un ritmo alto li avrebbe potuti mettere in difficoltà visto che hanno grande prestanza fisica e per questo anche le rimesse laterali dovevano essere battute molto velocemente. Il gol infatti è arrivato proprio da una rimessa laterale».
Il mister però quando entra in campo si trasforma.
«È una persona molto vera e sanguigna e in campo questo viene fuori. A noi è capitato di scontrarci, ma questo credo faccia anche parte del mio ruolo perché al mister, come a nessun allenatore, non serve avere un signor sì. Il nostro rapporto però è ottimo».
C’è una partita che ricorda con piacere?
«Di quest’anno a Reggio dico quelle con Modena e Carpi, mentre dei miei anni a Bergamo ricordo quella del primo anno contro il Santarcangelo che ci diede l’accesso ai playoff, mentre il mister di quell'anno preferisce la partita dopo quando al primo turno di playoff vincemmo a Padova».
C’è qualche squadra a cui vi ispirate?
«Per la fase di non possesso sicuramente l’Atalanta è stata una grande fonte di ispirazione, mentre per la fase di possesso guardiamo tutte le squadre che fanno del predominio della partita la loro identità».
State pensando all'anno prossimo quando l’asticella si alzerà?
«Noi pensiamo a migliorarci e a crescere giorno dopo giorno. Sappiamo però che la Serie C è difficile perché vince una squadra sola». —
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