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«Mi è scoppiato il cuore quando ho saputo della terribile morte del mio compagno Kobe»

Linda pigozzi

Darius Johnson-Odom piange il suo idolo di sempre L’esterno della Grissin Bon giocò nei Lakers con la stella scomparsa 

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l’intervista

Linda pigozzi

«So che ha cercato di proteggere sua figlia, mentre l’elicottero precipitava. Immagino la sua disperazione nel capire di non poterla salvare. Ho una figlia anche io e, da padre, posso immaginare cosa può aver provato in quei terribili momenti».

Mai così serio, mai così emozionato, Darius Johnson-Odom racconta Kobe.

Lo racconta da suo grandissimo fan e soprattutto da compagno di squadra nei Lakers, dove l’esterno biancorosso giocò, seppur per poche gare ufficiali, nella stagione 2012/13. Anche nella stagione successiva DJO svolse la pre-season prima di venir tagliato a metà ottobre.

In quel periodo, Darius ebbe modo confrontarsi quotidianamente in allemento con la leggenda.

«Forse sono l’unico che ha giocato sia assieme a lui nei Lakers, sia nel club in cui ha fatto le giovanili, la Pallacanestro Reggiana, e questo mi fa un effetto particolare», spiega con un tono insolitamente basso. Perché la morte del Black Mamba l’ha scosso nel profondo. E domenica sera, non appena gli è arrivata via Twitter la notizia, ha pregato fosse una fake news.

«Nella mia testa Kobe era Superman, per me non gli sarebbe mai potuto accadere nulla di grave. Mi è scoppiato il cuore, quando ho capito che era vero. Mi sono dovuto sedere e ci ho messo un po’ a realizzare quello che era accaduto. Non stiamo parlando solo del mio giocatore preferito di sempre, ma anche di un compagno di squadra».

Alza lo sguardo, Darius.

E ritrova un sorriso tirato nel raccontare tutto quello che condivise con Kobe.

«Aveva un’incredibile etica del lavoro e un grande affetto verso i compagni di squadra, per quanto sapesse essere anche duro - spiega -. Ogni giorno ti diceva dove dovevi migliorare ma ogni giorno aveva anche una parola per te, uno sguardo particolare e un consiglio. Se sono un giocatore professionista, se ho avuto questa carriera, è grazie alla mentalità che lui mi ha trasmesso e che ora metto tutti i giorni in palestra. A volte capita che mi venga chiesto il perché io sia così serio in palestra. La risposta è che quella è la mentalità che mi ha insegnato Kobe: concentrazione e serietà per ottenere il massimo».

«In preseason eravamo in Cina - ricorda - e Kobe non si stava allenando. Stavamo facendo un cinque contro cinque e la mia squadra stava vincendo e lui dalla tribuna mi disse: “Ti sto aspettando, ragazzo”. Quando ero ai Lakers cercavo sempre di arrivare il prima possibile per allenarmi un po’ con lui. Non ci riuscivo mai, però. E non ne capivo il motivo. Poi ho saputo che non solo si allenava prima della seduta e a volte anche dopo la partita, ma che arrivava in palestra all’alba, quattro-cinque ore prima di tutti per allenarsi da solo».

«Era unico - ammette DJO - per conoscenza del gioco e dei dettagli che nemmeno un allenatore riusciva a capire così in profondità. C’è una foto che amo in particolare, scattata prima di una partita con Golden State. Lui non giocava, io avrei invece dovuto marcare Steph Curry. In quella foto si vede lui che mi spiega nel dettaglio come avrei dovuto fare, mi suggeriva come avrei dovuto forzare Curry a fare determinate cose. Dettagli tecnici impensabili che però facevano capire che aveva una visione totale del gioco».

Johnson-Odom ricorda ancora perfettamente quando il Black Mamba, idolo mondiale, smise di consideralo un rookie.

«Per tutta la prima parte della mia esperienza ai Lakers, Kobe non mi parlò quasi mai perché ero un rookie, poi un giorno durante una partitella in allenamento, dopo aver già fatto un paio di canestri, segnai da tre mentre mi stava marcando. Lui mi guardò e mi disse: “Buon lavoro, DJ”. Fui felicissimo perché era la prima volta che mi chiamava per nome».

Dei suoi anni italiani, Kobe non ha mai parlato con il suo compagno di squadra.

«Non mi ha mai parlato dell’Italia. All’inizio, in realtà, mi parlava poco perché ero un rookie e dovevo ancora conquistare il suo rispetto. Sapevo però che era una persona molto acculturata, che parlava diverse lingue fra cui l’italiano come fosse un madrelingua. Non ho mai conosciuto le sue figlie o la sua famiglia. Nel backstage incontrai però una volta sua moglie».

Di Kobe resterà un lezione profonda, che va oltre l’essere stato uno dei più grandi di sempre in campo.

«Resterà la sua mentalità, il suo voler essere sempre il migliore. La sua è una grande lezione che vale per tutti e per qualsiasi cosa si faccia, che si insegni in una scuola o che si ripari auto. Vale per tutto. Lui affrontava la vita con la volontà di migliorare sempre, di essere sempre il migliore. Lui lo era e continuava a esserlo». —



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