Per l’Italia una staffetta d’argento «Medaglia che toglie pressione»
L’Italia ci ha preso gusto a sgomitare tra le superpotenze planetarie del biathlon. E come aprire nel migliore dei modi il Mondiale di casa, nella valle che ospiterà l’Olimpiade del 2026, se non con una medaglia d’argento? Quattro frazioni al cardiopalmo con, nell’ordine, Lisa Vittozzi, Dorothea Wierer, Lukas Hofer e Dominik Windisch, che hanno tenuto sotto scacco persino la grande Norvegia dei fratelli Boe, capace di fare la differenza soltanto all’ultimo degli otto poligoni. Il biathlon azzurro non ha mai toccato queste vette e non è un caso che il podio di ieri, ottenuto davanti agli occhi del presidente del Coni Giovanni Malagò e di quelli del numero uno della Fisi Flavio Roda, sia il primo nei sette mondiali disputati nella storia sulle nevi amiche. Nelle grandi manifestazioni internazionali, gli assi italiani non scendono dal podio dal 2013: sei Mondiali e due Olimpiadi festeggiando sempre almeno una medaglia. E una delle certezze di questi anni è stata proprio la staffetta mista che, col nuovo format in cui gli uomini macinano gli stessi chilometri (6 anziché i 7,5 coperti fino all’anno scorso) sulla neve delle donne, si addice ancora di più alla nostra squadra a forte trazione femminile.
Ieri però, se è vero che Lisa e Dorothea, deponendo l’ascia di guerra delle ultime settimane, hanno dato il solito, grande apporto, va elogiata anche la performance maschile. Luki, come lo chiamano in squadra, è stato l’unico a non usare nemmeno una ricarica. Poi, nel turno di Windisch sono arrivati due errori nell’ultimo poligono in piedi, incertezze che hanno compromesso un oro da leggenda e consolidato l’argento. Risultato che ha migliorato il metallo degli ultimi tre anni tra Olimpiade 2018 e Mondiale 2019, oltreché dei Giochi di Sochi 2014. In Russia, c’era ancora Karin Oberhofer al posto della Vittozzi, che racconta: «Sono entrata presto nel quartetto e mi sono trovata subito bene, togliendomi molte soddisfazioni nelle staffette e in questo format in particolare. Bisogna guardare al presente, senza dimenticare da dove si proviene».
Tutti e quattro volevano partire col piede giusto, come conferma la capitana e beniamina del pubblico, Doro Wierer: «Ero nervosa sia prima della gara sia quando sparava Dominik. È sempre difficile riconfermarsi, ma è dal 2013 che sono sempre lì, dalla prima gioia mondiale con la staffetta femminile. Questa medaglia toglie un bel po’di pressioni a tutti. È un segno che lavoriamo bene insieme e che lo spirito di squadra c’è». Oggi però, lei e Lisa sono di nuovo una contro l’altra nella sprint, in cui Doro riparte dal leader di specialità e con l’intenzione di riprendereil pettorale giallo nella generale di Coppa: «La Eckhoff non mi preoccupa». —
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