«Il campionato dovrebbe chiudersi adesso Johnson-Odom e Cherry vogliono andarsene»
Alessandro Frosini, direttore sportivo della Grissin Bon, fa il punto in un momento storico delicatissimo per lo sport nazionale
L’intervista
Linda Pigozzi
Stop. Dalla frenesia all’immobilità di una situazione ancora del tutto incerta. Il ds biancorosso Alessandro Frosini quando la giostra è stata fermata, era intento a trattare un lungo che andasse a sostituire l’infortunato Derek Pardon, trattativa mai conclusa vista la contingenza.
«Ci siamo fermati - spiega -. Anche se avevamo l’autorizzazione per allenarci, preferendo adeguarci alle normative governative, in quanto la salute viene prima di tutto».
Per ora sarete fermi fino al 26 marzo.
«Non nascondo che potremmo decidere di non tornare in palestra prima del 3 aprile, seguendo le indicazioni del Governo. Ovvio che non è semplice per i giocatori che sono abituati ad allenarsi anche più volte al giorno, a correre, a tirare e schiacciare, ma stare a casa è ciò che dobbiamo fare ora per tutelare la salute collettiva. Vedremo se ci sarà la possibilità di concludere o meno questo campionato».
Lei cosa spera?
«Che questa situazione finisca il prima possibile e che pian piano si torni alla normalità, intesa come uscire di casa, andare ad allenarsi ed eventualmente giocare. Tutti noi speriamo ovviamente di poter concludere il campionato, ma non sta a noi decidere. Aspettiamo fiduciosi, altro non possiamo fare. Ci sono quattro commissioni in Legabasket attualmente al lavoro. Vedremo cosa si deciderà, al momento io mi auguro che i nostri ragazzi stiano tutti bene, così come le loro famiglie».
Nel frattempo Reggie Upshaw ha lasciato l’Italia: ha avuto modo di parlargli prima della sua partenza?
«No. La sua partenza è stata improvvisa. Ci ha solo comunicato che stava lasciando l’Italia, in un frangente in cui la società non poteva autorizzarne la partenza. Ha un contratto di lavoro, vedremo cosa succederà».
Altri stranieri vi stanno esprimendo la volontà di andarsene?
«Sia Darius Johnson-Odom sia Will Cherry ci stanno dicendo di voler tornare a casa. Noi non li stiamo trattenendo a forza, abbiamo chiesto loro di pazientare ancora un attimo per capire come si evolverà la situazione. Potrebbero comunque decidere di andarsene, così come David Vojvoda anche se per lui, ungherese e quindi più vicino a casa, le cose sono un po’ differenti».
Ci sono state situazioni di criticità in squadra negli ultimi giorni?
«No. I ragazzi stanno bene e lavorano a casa sotto la guida del preparatore atletico Del Principio che, seppur da lontano, li sta seguendo con video e programmi. Tutti vorrebbero essere in palestra ma per la loro salute, come società abbiamo deciso di fermarci».
Da ex atleta cosa vuol dire fermarsi?
«Interrompere di netto la routine giornaliera non è semplice, in quanto il fisico dei giocatori è abituato ad avere carichi quotidiani di un certo tipo. Vivono in palestra e chiudersi in un appartamento può risultare complicato. Vedo però che i ragazzi stanno reagendo bene».
Lei come sta affrontando una situazione senza precedenti?
«Non sono a Reggio: sono rientrato a casa. È rientrata a casa anche mia figlia (Giorgia, pallavolista del Club Italia, ndr) e approfitto di questa situazione per godermi un po’ la famiglia. Abbiamo un giardino e qualche tiro a canestro con i miei figli lo faccio. Cerco insomma di restare positivo e vivere alla giornata, aspettando di vedere come la situazione evolve».
Come giudica l’ipotesi di tornare in campo a porte chiuse?
«Spero si riprenda a porte aperte. Un campionato a porte a chiuse non avrebbe senso, in quanto si deve pensare di tornare alla normalità, di rientrare in un campo da basket con il pubblico».
Questo, però, potrebbe voler dire non riuscire a concludere il campionato...
«Non lo si finirebbe per cause di forza maggiore. La situazione per me è molto chiara. Comunque, come detto, sono al lavoro quattro commissioni in Lega per vagliare tutte le possibilità. Ci sono tante opzioni ma anche tante problematiche, dai contratti dei giocatori alle tasse d’iscrizione, che vanno affrontate».
Si parla anche di assegnare il titolo a chi è attualmente primo in classifica, cioè la Virtus Bologna. Cosa ne pensa?
«Da sportivo dico che un campionato vinto in questo modo non lascerebbe niente a livello emotivo. Tanto vale quindi non assegnare il titolo, come avvenuto negli anni della guerra. Quella che stiamo vivendo è una guerra, anche se siamo chiusi in casa e non al fronte. Se guardiamo l’immagine dei camion dell’esercito che portano via le bare a Bergamo, ecco quella è un’immagine di una guerra in corso che non possiamo ancora sapere quando si concluderà. In Cina si sta tornando ora alla normalità dopo oltre due mesi e mezzo dalla scoperta del virus, quindi ci auguriamo che le regolamentazioni governative ci possano portare nel giro di qualche settimana alla normalità. Io credo che ci vorrà ancora un mese».
Ritiene praticabile la possibilità di giocare fino a luglio inoltrato?
«No. A livello contrattuale potrebbe essere un problema visto che i contratti di Lega vanno in scadenza al 30 giugno. In più i palasport italiani non sono attrezzati per poter giocare con il gran caldo. Quanti impianti di serie A dispongono dell’aria condizionata? Pochissimi».
Quindi?
«Il campionato secondo me è finito qua. Va messo in archivio. Ma ovviamente sta a chi comanda decidere, valutando anche le ricadute economiche. Non è pensabile che ricada tutto sui singoli club, se no potrebbe seriamente essere che la prossima stagione ai blocchi di partenza ne ritroveremmo pochi». —
© RIPRODUZIONE RISERVATA
Non lasciare decidere l'algoritmo:
scegli Gazzetta di Reggio per le tue notizie su Google
