«In NBA ci ho messo due mesi a ingranare ma prima dello stop stavo andando forte»
Il reggiano Nicolò Melli, rivelazione dei Pelicans, è in quarantena a New Orleans: «State a casa, fatelo per voi e per gli altri»
reggio emilia
Ha fatto donazione importante all’Ausl di Reggio dalla quarantena a New Orleans: Nicolò Melli alla prima stagione in Nba con la maglia dei Pelicans, non dimentica di essere reggiano neppure a oltre ottomila chilometri di distanza.
Come sta vivendo la situazione di emergenza?
«In maniera abbastanza normale. Seguo i consigli di autorità e esperti e credo che questa sia l’unica cosa da fare».
Può raccontarci una giornata tipo durante la stagione?
«Ce ne sono due: quando ho allenamento e quando ho partita. In entrambi i casi mi sveglio verso le 7. Alle 8.30 c’è allenamento, che qui in Nba è molto lungo, anche se non sempre molto intenso, e quindi si esce dalla palestra verso le 13/13.30. Il pomeriggio è libero. Quando gioco invece, magari in trasferta, dopo allenamento si prende il volo per andare nel luogo in cui si deve giocare».
Com’è stato il passaggio dal Fenerbahce ai Pelicans?
«È stato più un passaggio dall’Europa all’America; qui c’è un’altra mentalità e un diverso modo di giocare. Ho dovuto modificare un po’ le mie routine, che erano consolidate negli anni in Europa, ma è stato un cambiamento piuttosto facile visto anche il comfort di cui godiamo in America. In campo? Ci ho messo due mesi per capire bene cosa dovevo fare, e ammetto che stavo facendo piuttosto bene prima di questo inevitabile stop».
Ha risentito del distacco con Gigi Datome?
«Non molto (ride, ndr). Anche perché comunque sono quasi contento di stare lontano da lui; in realtà ci sentiamo quasi tutti i giorni, quindi non sento alcun peso».
Reggio, dove è cresciuto e non solo cestisticamente, poi Milano, Bamberg in Germania, il Fener in Turchia, 28 punti in una finale di Eurolega, l’Nba...
«Sono molto orgoglioso del percorso che ho fatto, un passo alla volta lavorando sodo».
Prima dello stop per il virus col fenomeno Zion Williamson giocava davvero bene. Che tipo è?
«È un fenomeno della natura, ma prima di tutto un bravissimo ragazzo. Convive con una pressione unica, ma è un diciannovenne come molti altri: è un ragazzo alla mano, scherza e credo che queste siano le cose più importanti».
Ha un messaggio da dare ai tanti ragazzini reggiani del minibasket che sognano di seguire le sue orme?
«Non è tutto così semplice: per raggiungere un obiettivo, che può essere l’Nba come qualsiasi altro campionato di alto livello, bisogna allenarsi tanto, avere le giuste priorità, e fare le giuste scelte. E poi bisogna anche essere realisti, sapere chi si è e porsi degli obiettivi raggiungibili».
Lei è un perno della Naziona, l’Italia sta vivendo un brutto momento. Cosa si sente di dire?
«Non sono un esperto. Invito però tutti a seguire gli esperti e a stare a casa: facciamo questa cosa per noi stessi e per gli altri». —
c.z.
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