"Se finisse ora, è giusto che vinca il Vicenza"
Max Alvini parla del difficile momento che sta attraversando il Paese e rivela: "Uno dei medici che a Bergamo mi salvò la vita ora è intubato e sta lottando per la sua. Torneremo in campo solo quando saremo tutti al sicuro"
REGGIO EMILIA. Il tecnico granata Massimiliano Alvini sta vivendo queste settimane di stop forzato a causa dell’emergenza Coronavirus a casa insieme alla propria famiglia. La tragedia collettiva che l’Italia sta vivendo ha segnato anche Massimiliano Alvini. Che è sì uno sportivo sanguigno, uno che vivrebbe quasi esclusivamente di calcio, ma è anche un uomo di grande sensibilità, con un vissuto fatto anche di sofferenza. E di sofferenza patita proprio in quella Bergamo che oggi piange i suoi morti ed è in ansia per i suoi medici.
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Che effetto le fa vedere certe immagini di Bergamo dopo gli anni passati all’Albinoleffe?
«Sono immagini che mi fanno male, che fanno male a chiunque abbia un cuore. Io ho passato degli anni bellissimi in quella città, sono stato ricoverato 15 giorni in quell’ospedale, a Bergamo ho lasciato amici con cui siamo ancora in contatto e due medici che mi hanno curato quando ne ho avuto bisogno ora non stanno bene, con uno dei due che è intubato. E’ straziante vedere quelle immagini e conoscere i numeri del contagio che continuano a crescere. Ogni giorno leggo e mi informo anche su quello che succede a Reggio, perché mi manca la città, mi manca la gente di Reggio e non vedo l’ora che tutto questo sia finito per rivederci tutti nel nostro stadio».
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Come sta vivendo questo momento di emergenza?
«Faccio quello che devono fare tutti, sto in casa e seguo le regole che ci vengono dette di seguire. In più cerco di stare attendo alla salute dei miei genitori, perché stiamo lottando contro un nemico invisibile e possiamo uscirne solamente rispettando quello che ci viene detto di fare».
Lei è un uomo di campo, quanto le manca il calcio in questo momento?
«Il 28 febbraio - ricorda Alvini - abbiamo fatto l’ultimo allenamento poi sono rientrato a casa dopodiché è arrivata la positività di Favalli e quindi ci è stato detto di non rientrare a Reggio. Il campo mi manca tantissimo, mi manca la quotidianità degli allenamenti e mi manca non vedere i miei giocatori però purtroppo in questo momento tutto questo dobbiamo metterlo in secondo piano per riuscire a vincere tutti insieme questa battaglia. Abbiamo di fronte un nemico invisibile, vigliacco e sono sicuro che alla fine vinceremo noi e potremmo tornare a fare quello che amiamo di più. Siamo stati presi alla sprovvista da questa situazione, ma come ha sottolineato anche Papa Francesco ne usciremo tutti insieme».
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Che effetto le ha fatto vedere parlare il papa in una Piazza San Pietro completamente deserta?
«Penso che quella di venerdì, con il discorso del papa e del presidente della Repubblica sia una giornata storica. Per questo non capisco chi in questo momento vuole tornare a giocare solamente per inseguire i propri interessi di bottega. Noi torneremo a giocare solo quando i medici, gli scienziati e gli esperti ci diranno che si potrà tornare a giocare. Credo che questo momento si possa sfruttare per fare delle riflessioni importanti sul mondo del calcio. E sono convinto che il mondo del calcio potrà uscire migliorato da questa situazione».
Davvero? Come?
«Con ragionamenti collettivi, perché questo virus sarà un grave danno per l’economia. Le società guadagneranno meno soli perché le televisioni pagheranno meno per i diritti, i giocatori dovranno avere degli ingaggi più bassi e anche i biglietti per le partite dovranno costare meno. Sono tutti ragionamenti che devono essere fatti in modo collettivo e non ognuno pensando solamente a casa propria. In questo modo il calcio può ripartire ed essere migliore di adesso».
Riprendere gli allenamenti sarebbe un primo passo verso un ritorno alla quotidianità?
«Sì, ma non possiamo pensare di tornare a giocare prima di sapere che ci sono le giuste condizioni per farlo. Io sono convinto che torneremo in campo e voglio che questo succeda, per tornare a fare il tifo e gioire tutti insieme nel nostro stadio, però ora l’unico obiettivo deve essere quello di sconfiggere questo virus. Siamo in guerra e dobbiamo rispettare le regole. Mi raccontava mio nonno che al tempo della guerra c’era chi ha dovuto imbracciare il fucile e gli altri dovevano restare chiusi in casa. Ora in prima linea ci sono i dottori e gli infermieri, mentre noi dobbiamo fare la nostra parte rispettando le regole».
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Quando si tornerà in campo vorrete continuare a inseguire quel sogno che vi hanno interrotto.
«Torneremo a giocare e torneremo a lottare per il nostro sogno, anche se in questo momento in testa c’è il Vicenza che sta meritando questa posizione di classifica. Credo che se tutto dovesse finire sarebbe giusto premiare il Vicenza, mentre non credo che possano poi venire premiate le seconde o le terze classificate perché io i meriti sono abituato a conquistarli sul campo».
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