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I primi quarant’anni del calcio a 5 a Reggio dai tornei in oratorio agli ingaggi stranieri

R.S.
I primi quarant’anni del calcio a 5 a Reggio dai tornei in oratorio agli ingaggi stranieri

Nato nei campetti di parrocchia è poi approdato ai palasport L’epopea del futsal nel racconto dei suoi pionieri reggiani

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REGGIO EMILIA

Il calcio a cinque nella nostra provincia compie quarant’anni. Era il lontano 1980, quando a Reggio Emilia sbarcò per la prima volta questo sport indoor che si giocava con un pallone felpato, nelle palestre ma agli inizi soprattutto anche sui campetti all’aperto delle parrocchie.

Le prime partite di cui si ha notizia si giocarono al Circolo Tennis di Canali e sui campi parrocchiali di due quartieri storici della città, San Pietro e San Zenone.

Con Luigi Parisi dell'Us Cupola San Pietro e Aldo Spadoni del G.S. Tricolore Duomo S.Zenone parliamo di come arrivò a Reggio questa disciplina, che oggi probabilmente è la più praticata, avendo oltre ai campionati federali ben quattro enti di promozione che organizzano campionati e tornei.

Luigi Parisi, anima per oltre un decennio della Cupola, descrive così l'arrivo del calcio a 5 nel cortile di S.Pietro.

«In quegli anni l’Unione sportiva Cupola, la società sportiva parrocchiale che in passato aveva espresso squadre di calcio, basket e volley femminile, era praticamente sparita e io ed altri parrocchiani pensammo a questo sport per rifondarla, partendo proprio da quel campo in cemento che ospitava affollatissime partite di calcio ma anche tornei di basket. Sotto i canestri di San Pietro sono nati anche talenti poi approdati alla serie A di basket come Piero Montecchi e Stefano Spaggiari». Tra un calcio molto caotico e un basket decisamente più ordinato, Luigi Parisi e suo fratello Luca cominciarono a promuovere anche il calcio a 5 che all’epoca si chiamava più modestamente calcetto. «Io e mio fratello - racconta Parisi - iniziammo a sistemare il campo, risaldando i vecchi pali e traverse delle porte per poter organizzare i primi tornei».

Aldo Spadoni invece fu il primo ad avere l'idea di questa disciplina nel reggiano e scelse una realtà difficile per iniziare, i giardinetti cittadini di San Zenone, in pieno centro a Reggio.

«Conobbi il calcio a 5 nel 1978 sulle spiagge romagnole, non era considerato uno di sport, ma semplice divertimento estivo; passando per i giardini di San Zenone vidi tanti ragazzi radurnarsi la sera, dividersi in squadre e giocare. Pensai che poteva essere lo sport del futuro, anche se qualcuno mi dava del visionario, non mi persi d'animo e organizzai i primi tornei anche giovanili; il primo in piazza della Vittoria dove portai due vecchie porte da pallamano abbandonate e ritinte, trasportate con una vecchia apecar di un amico, il secondo sulla pista del Tondo ed il terzo in Zandonai, pista considerata il tempio dell'hockey reggiano. Nell'inverno del 1980 - ricorda ancora Spadoni - organizzai i primi tornei indoor. Furono un successo, ogni domenica si giocava e gli spalti erano sempre pieni».

Da quel giorno in molti iniziarono ad allestire squadre ed organizzare seguitissimi tornei, oltre all'Anspi che per prima tesserò i praticanti di questa disciplina, nacquero ben tre federazioni, che solo in seguito verranno assorbite dalla Federcalcio in un settore ad hoc».

In quegli anni nacquero importanti tornei come il Città del Tricolore che ogni anno portava a Scandiano squadre che arrivavano da tutte le città, ma soprattutto erano nate importanti realtà a Fabbrico, Rubiera, Guastalla, Bagnolo.

Anche in città ogni quartiere aveva la sua squadra dal Foscato all'Ospizio, da Regina Pacis a via I° Maggio;

«Il movimento del calcio a cinque in quegli anni - ricorda ancora Spadoni - era sempre nelle parrocchie. Un grande polo attrattivo era ad esempio l’oratorio di San Giacomo in via Roma.

Da quei campetti ai palasport con spalti spesso pieni . Sembra davvero passata un’era geologica.

«Il calcio a cinque di oggi è un'altra cosa a - ammette Spadoni che continua a seguirlo proprio per la Gazzetta - viaggia molto denaro, molte società dopo poco chiudono i battenti; insomma a mio avviso vincono i soldi e non lo sport e facendo così non si va da nessuna parte; il successo arriva invece dagli enti di promozione dove le squadre aumentano di anno in anno». —

R.S.

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