«Non possono pagare solo i giocatori i danni economici causati dallo stop»
L’ex granata Andrea Fiumana attuale consigliere dell’Aic «Tutte le parti coinvolte debbono fare sacrifici»
reggio emilia
Chi passa da Reggio e dalla Reggiana, solitamente, non dimentica. Anche se la permanenza è durata poco.
È il caso di Andrea Fiumana, che da queste parti approdò nel 2005, l’anno della ripartenza dalla serie C2 dopo il fallimento targato Foglia.
«Avevo - dice - un biennale ma per motivi familiari l’anno successivo andai al Gubbio. In ogni caso, dal punto di sportivo rimane forse la mia miglior stagione, giocare circa 25 partite, mettere a segno tre reti in una realtà come Reggio lascia il segno».
Fiumana ha un motivo in più per portare nel cassetto dei ricordi la nostra città. Qua, poco prima dell’inizio di quel campionato, vide la luce la sua prima figlia. Anche per questo appena può vi fa volentieri un salto.
Oggi Fiumana, appese le scarpe al chiodo, è consigliere dell’Associazione Italiana calciatori, per la quale tiene i rapporti con gli spogliatoio del centro. Importante, allora, sentire dalla sua voce una parola, in mezzo ai fiumi di parole di questi tempi, su quello che pare l’argomento del giorno. Vale a dire il taglio degli stipendi dei calciatori. E lui ci tiene a fare chiarezza.
«Non è vero che siamo contrari alla cassa integrazione, non è vero che non siamo per fare sacrifici, non è vero che vogliamo tornare a giocare a tutti i costi», chiarisce.
Ci spiega, allora, la posizione dell’AIC?
«I giocatori sono compatti, disponibili come sempre a fare sacrifici, a ridursi i compensi, tenendo presente che parliamo di categorie con redditi e contratti diversi dalla A, di chi non riesce a stare quattro mesi senza stipendio, che spesso deve fare fronte a mutui, affitti e con famiglie a carico, ma non dev’essere l’unica parte a mettere qualcosa sul piatto della bilancia, tutte le componenti devono farsi carico delle problematiche conseguenze di questo maledetto virus».
In particolare cosa chiedete?
«La formazione, a fronte di una riduzione degli emolumenti, di un fondo di garanzia con risorse delle società, delle federazioni e del governo, per chi non rientra nell’eventuale cassa integrazione in deroga, quella copre sino ad un certo importo, in pratica chi è al minimo federale e lascia fuori del tutto i giocatori dalla serie D in giù, il mondo dilettantistico dove non vigono stipendi ma rimborsi spese e se non offri la prestazione è chiaro che non ti venga ricompensata, c’è un sacco di gente che con quei soldi manda avanti la famiglia, ci campa e al momento non è coperta dai 600 euro del decreto governativo».
Un chiarimento, però. I contratti dei calciatori sono di natura civilistica, se uno non accetta che succede?
«Noi possiamo dare indicazioni, raggiungere un’intesa, poi tocca al singolo transare con la società».
Intravede la possibilità di concludere la stagione? Si può tornare a giocare?
«Noi lo vogliamo, ma in condizioni di sicurezza. Oggi non ha senso parlare di ipotetiche date di ripresa, purtroppo i tempi non li decidiamo noi, né il governo, né le federazioni, ma soltanto il Corona virus».
Ma come si fa a ipotizzare di mettere 25 persone in uno spogliatoio rispettando le distanze?
«Non siamo folli, vogliamo ritornare in campo perché quello è il nostro lavoro, ma a condizioni di assoluta sicurezza per tesserati e famiglie».
In serie A giocare a porte chiuse avrebbe un senso per non perdere i proventi televisivi, ma in serie C il botteghino è la fonte principale d’incasso, per le società, sarebbe una perdita forse troppo gravosa…
«Non so quanta sia l’incidenza degli incassi nel bilancio di una società, per la Reggiana sarebbe sicuramente una perdita forte, perché di gente allo stadio ne richiama parecchia, in altre realtà forse meno, ma virus permettendo penso che l’aspetto sportivo debba prevalere».
È in contatto con giocatori della Reggiana?
«Sì, con tutti ci sentiamo quasi quotidianamente. Il fronte giocatori è compatto, non ci sono divergenze o discordanze di opinioni». —
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