Fine anticipata adesso o “supplementari” in agosto
Domani la commissione scientifica della Federcalcio renderà note le linee guida per la ripresa dei campionati di A e B, ma sulla serie C restano troppe incognite
Luigi Cocconcelli
REGGIO EMILIA
Da un lato la voglia, il desiderio di riprendere i campionati, anche per evitare un’estate nelle aule di tribunale per ricorsi e controricorsi di chi si vedrebbe penalizzato e di perdere i proventi dei diritti televisivi, dall’altro la necessità di tutela della salute e l’assicurazione che il via all’attività sarà dato solo in presenza di assolute garanzie sul piano sanitario di atleti, staff e tutti coloro che ruotano attorno al mondo del pallone, spettatori compresi. Si tratta di due esigenze che oggi appaiono difficilmente conciliabili.
Nel giorno di Pasqua, il presidente della Fecercalcio Gabriele Gravina ha ipotizzato per la fine di aprile l’avvio dei test, dei controlli medici sugli atleti e poi, ammesso e non concesso che la situazione lo consenta, via agli allenamenti a partire dal 5 maggio. Domani, intanto, si riunirà la commissione tecnica scientifica della Federcalcio per stilare un protocollo finalizzato a garantire la ripresa dell’attività in condizione di sicurezza.
Un protocollo che dovrebbe raccogliere le indicazioni già illustrate dalle nostre colonne dal medico sportivo reggiano Danilo Manari: suddivisione degli atleti tra chi è venuto a contatto con il virus e chi no, esami stringenti per tutti, sanificazioni periodiche di spogliatoio ed attrezzature. E qua scatta subito una distinzione tra serie A, forse serie B, e serie C. Non tutti i club anche nell’ambito del calcio professionistico hanno le stesse possibilità logistiche.
Nella miglior delle ipotesi si ipotizza la ripresa del campionato a fine maggio od ai primi di giugno. Anche se quasi tutti i preparatori atletici fanno notare che si è in presenza di un fatto mai sperimentato, vale a dire giocatori fermi in casa per una quarantina di giorni e che solo una verifica sul campo può azzardare quanti settimane di lavoro occorrano per affrontare una partita ufficiale.
La serie C presenta una situazione diversa. In diversi posti è praticamente impossibile mantenere la distanza negli spogliatoi - lo ha ricordato anche Massimiliano Manzotti, pneumologo e medico sociale della Reggiana - gli spazi del Città del Tricolore non sono paragonabili con quelli che si trovano a Verona o Gubbio dove devi fare tutto in uno stanzone di pochi metri quadrati, i giocatori e lo staff dovrebbero sempre fare il percorso casa- sede dell’allenamento, molte società dicono di non avere i mezzi per sanificare gli ambienti e sottoporre a proprie spese il personale a ripetuti temponi.
Già, perché il protocollo prevede che alla rilevazione ed esami di questi debbano provvedere le società senza appesantire la struttura pubblica e quindi rivolgendosi a laboratori privati. In più il protocollo, a quanto pare, mette in capo ai presidenti la responsabilità di eventuali contagi ed alcuni già hanno dichiarato di non voler assolutamente prendersela.
A giorni, non pare ancora fissata, dopo quella interlocutoria del 3 aprile dovrebbe tenersi una nuova assemblea delle 60 società di serie C.
Ed in quella sede si dovrebbe addivenire ad un pronunciamento.
L’orientamento prevalente, a quanto pare, è di dichiarare chiusa la stagione. Ipotesi che la federazione tende ad escludere. In campo resta l’ipotesi lanciata anche dal dottor Manari e da altri, Galliani in primis, e cioè attendere qualche mese, far finire il campionato ad agosto- settembre ed iniziare il prossimo a gennaio. Ma è ovvio che i calendari sono legati. Senza contare il nodo dei contratti: soltanto alla Reggiana, con coloro ai quali il contratto scade il 30 giugno si potrebbe fare una squadra. Poi ci sono i giocatori in prestito: anche per loro il 30 giugno è una data spartiacque.
In C poi ci sono le conseguenze economiche di questo lockdown che rischiano di essere ancora più pesanti di quanto non lamentino i club di serie A. I proprietari delle squadre, che già ci rimettono, spesso sono imprenditori con l’attività in questo momento ferma e quindi con grandi difficoltà a mandare avanti il giocattolo calcio. Alcune società già hanno anticipato di non aver rispettato le scadenze di marzo per il pagamento degli emolumenti. La Reggiana, da questo punto di vista, ha già onorato gli impegni. Anche per questo si continua a chiedere la cassa in deroga per gli stipendi inferiori ai 50 mila euro lordi ( nella Reggiana quasi l’intera rosa, con eccezione di Spanò, Rozzio, Scappini, Marchi, Varone e Zamparo), lo sblocco delle fideiussioni ed altre provvidenze. Insomma, si paventa una strage di società, se non muteranno i requisiti, all’atto delle iscrizioni per, quando sarà, la prossima stagione. Tanto che si fa strada l’ipotesi di una C unica a 20 squadre e di un ritorno ad 2 gironi di C2 totalmente semiprofessionisti. Ultima considerazione, per tornare alla Reggiana. Nel momento in cui si dovesse riprendere, stando alle raccomandazioni ma che domani potrebbero essere parte essenziale del protocollo, per quindici giorni Favalli non potrà aggregarsi al gruppo, ma solo dopo quel periodo ed esami che ne attestino la completa negatività, potrà farlo.
Ieri infine, il presidente della Legapro Francesco Ghirelli è tornato a ribadire che nessuna decisione sarà presa in modo avventato o, peggio, alle spalle delle società: «L’assemblea - ha detto Ghirelli - è l’unico organo che può decidere. Ora siamo concentrati sul decreto perché potrebbe essere importante per i nostri club. Se qualcuno vuol divertirsi sulle date, do un consiglio: giochino i numeri al Superenalotto, hanno più probabilità di vincere». —
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