Lo stadio “Città del Tricolore” compie 25 anni Un quarto di secolo di sogni infranti e veleni
La ricorrenza - Intervista a Franco Dal Cin
L’INTERVISTA
MARCO BERTOLINI
Un quarto di secolo. Lo stadio “Città del Tricolore” venne inaugurato 25 anni fa da un Reggiana-Juventus senza storia, con Baggio che spolverò l’incrocio di una delle due porte nuove di zecca.
L’uomo che volle fortemente questo stadio fu Franco Dal Cin, friulano doc che nel mondo del calcio ha riversato sempre idee all’avanguardi. Parla volentieri di questa storia, lo ha fatto anche quando ha partecipato ai festeggiamenti per i 100 anni granata. Un po’ per orgoglio e un po’ istinto di difesa. Troppe volte il suo nome è stato associato al declino granata. E questa lettura lui l’ha sempre rifiutata, chiamando in causa altri attori delle vicende che si svilupparono attorno alla nascita del primo stadio privato d’Italia.
«Prima di acquistare la Reggiana - racconta - ero in trattativa per l’Alessandria, poi il mio caro amico Nardino Previdi mi disse che la società granata era un’occasione unica. Una società sana senza debiti che stava andando in Serie A. Così per 5 miliardi di lire acquistai la squadra dal commendator Sacchetti (Walter , ex senatore e presidente all’epoca delle Cantine Riunite, ma soprattutto socio di maggioranza della Reggiana appena salita in A, ndr). Un’occasione che non potevo farmi sfuggire».
Quando le venne l’idea di costruire un nuovo stadio? «Il Mirabello era sempre stracolmo di persone, parliamo di circa 14.000 tifosi ogni partita ed aveva grossi problemi di accoglienza per gli sponsor e le autorità, così per cercare di dare un futuro solido alla società mi venne in mente l’idea di un nuovo impianto. Il sindaco di allora, Antonella Spaggiari sposò immediatamente l’idea e si mise a completa disposizione per la riuscita in tempi brevi dell’idea».
Quali difficoltà dovette superare in quel periodo?
«Vi furono principalmente ostacoli di natura burocratica, nonostante la variante al piano regolatore fosse stata approvata a tempo di record, dovevamo comunque accorciare i tempi, evitando le gare di appalto pubbliche, così venne fondata la Mirabello 2000 che ci permise di acquisire l’area e gestire privatamente l’assegnazione dei lavori. Fu un successo su tutti i fronti ed in meno di 8 mesi lo stadio era pronto».
Cosa la portò all’idea dell’azionariato popolare, tanto in voga oggi, ma che era qualcosa di straordinario allora?
«L’ispirazione me la diedero i Reggiani. Sono un popolo cooperativo, laborioso e dedito alla propria comunità per natura. Avevo provato qualcosa di simile anche ad Udine dove raccolsi l’adesione di 26.000 tifosi, e le similitudini tra i Reggiani e gli udinesi sono molte. A Reggio ho quindi voluto riproporre la stessa iniziativa e fu un successo. Senza l’aiuto di questi tifosi non saremmo riusciti a costruire lo stadio».
Che ricordi ha della giornata dell’inaugurazione? «Io ero già entusiasta solo all’idea di essere riuscito a completare l’impianto in meno di 8 mesi con solo 22 miliardi spesi. Tant’è che privatamente festeggiammo già prima della partita. L’idea era quella di inaugurare nel derby con il Parma ma per qualche piccolo contrattempo non riuscimmo. Quel giorno la partita fu la cosa più semplice, era già tutto pronto e funzionava tutto a meraviglia, ma non potrò mai dimenticare lo stadio pieno e gli sguardi dei tifosi entusiasti. Fu qualcosa di indimenticabile».
Purtroppo il progetto del Giglio per come l’aveva pensato naufragò, cosa successe?
«L’insuccesso della mia iniziativa ha un solo nome ed un solo cognome: Graziano Delrio. Solo uno stolto poteva pensare di mantenere lo stadio senza la parte commerciale. In comune con il gruppo consiliare della Margherità ostacolò per 5 anni l’approvazione della variante per la costruzione del centro commerciale e questo consumò la Reggiana fino a farla morire. I risultati sportivi successivi sono frutto anche di questa cosa. Lo stadio avrebbe permesso alla Reggiana di rimanere ad alti livelli».
Cosa fa ora Franco Dal Cin?
«Seguo sempre la Reggiana, come naturale che sia, il lunedì è sempre il primo risultato che guardo. Poi, siccome la salute e la mente me lo permetto seguo progetti in campo finanziario, purtroppo non posso più occuparmi di calcio dopo che Moggi e il suo sistema mi hanno fatto fuori. C’era un centro di potere che io ho cercato di scardinare e mi hanno punito. Fortunatamente le intercettazioni che sono uscite ai successivi processi mi hanno dato ragione e mi hanno scagionato dalle accuse». —
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