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L’appello di Giannelli «Ricominciano loro? Dite sì anche a noi»

Roberto Condio
L’appello di Giannelli «Ricominciano loro? Dite sì anche a noi»

Pallavolo. Il regista azzurro si racconta  «Vorremmo almeno tornare ad allenarci» 

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l’intervista



Il calcio, dunque, continua a lavorare per una road map verso la ripartenza. Una speranza che altri sport vorrebbero ancora avere. Come la pallavolo di Simone Giannelli, 23enne regista azzurro, capitano di Trento che, con il suo presidente Diego Mosna, nei giorni scorsi ha rilanciato l’ipotesi di una ripresa estiva.

Perché il calcio sì e voi no?

«Beh, loro sono su un’altra dimensione per i soldi che fanno girare e il pubblico che hanno. Però, se si parte dalla basilare premessa che la priorità dev’essere la salute e la sicurezza di tutti, nel caso in cui ci fosse un ok governativo, perché non far ripartire anche la pallavolo?».

Dovreste essere sullo stesso piano, in effetti.

«Certo. Come uomini, nel combattere il virus e restare allineati alle disposizioni date. Come sportivi di alto livello, nel diritto di poterci allenare e magari giocare per inseguire i nostri obiettivi. Con tutte le cautele».

Ma se il calcio davvero riprendesse il 4 maggio?

«Tornerei a chiedere: perché noi no? So che ci sono milioni di cose da capire e da fare, che la strada sarebbe tortuosa, ma provare a percorrerla darebbe un gran segnale».

Come l’idea di Mosna del playoff all’Arena di Verona?

«Molto bella. Anche se non si potesse giocare per lo scudetto».

La Federazione ha già detto che non lo assegnerebbe. E poi, con tanti stranieri già partiti, sarebbero pure squadre diverse.

«Vero. Ma ribadisco che la cosa più rilevante sarebbe il segnale dato. Intanto, tornando ad allenarsi anche in piccoli gruppi. Poi, magari, giocando. A porte chiuse o con spettatori distanziati com’è successo a noi contro Sora nell’ultima partita».

Una partita, però, la state ancora giocando. Vero?

«È quella che noi capitani della Superlega abbiamo promosso con una raccolta fondi per la Protezione civile. Siamo arrivati a 31mila euro e proprio ieri li abbiamo versati: è una piccola cosa ma ci rende molto orgogliosi».

Vi siete accordati col club sul taglio degli stipendi?

«Non ancora. Ne stiamo parlando, siamo disponibili a fare la nostra parte. Nell’emergenza tutti devono fare un passo verso l’altro».

E lei cosa fa per sé?

«Sto a casa con la mia fidanzata, studio, cucino. E mi alleno: non più di un’ora e mezza al giorno. Accorgendomi purtroppo che faccio sempre più fatica: il fisico ne risente. Dovessimo riprendere, ci vorrà almeno un mese per essere a posto».

Ci pensa che fra tre mesi avrebbe dovuto essere a Tokyo 2020?

«No. In un periodo in cui molto cambia da un giorno all’altro il mio orizzonte non supera il domani. Però mi consola sapere che il pass olimpico, strappato con le unghie, non ce lo toglierà nessuno».

Che cosa le manca di più della pallavolo smarrita?

«Tre cose. Uno: lo spogliatoio, vita e scherzi con i compagni. Due: palleggiare, sentire il pallone in mano e decidere la giocata. Tre: fare fatica, l’agonismo. Ho voglia di sfide. Riesco ad arrabbiarmi persino quando gioco a burraco con la mia ragazza». —



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