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«Aspiro alla NBA e lavoro ogni giorno per arrivare al top»

Adriano arati
«Aspiro alla NBA e lavoro ogni giorno per arrivare al top»

Il lungo Momo Diouf, grande promessa della Pallacanestro Reggiana Forgiato nella cantera, il 18enne italo-senegalese è diventato un Pro 

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il protagonista

Adriano arati

Amore sterminato per il basket, uno sguardo al futuro guidato dalla più che legittima ambizione, una quotidianità divisa con gli amici e compagni di squadra. Mohamed “Momo” Diouf è uno degli ultimi gioielli della ricchissima produzione del settore giovanile biancorosso, da tempo nel giro della prima squadra e quest’anno inserito stabilmente in rosa, con il suo primo contratto da professionista.

Il 18enne italo-senegalese di 208 centimetri da tre anni tesserato in Pallacanestro Reggiana è stato anche uno dei protagonisti della cavalcata dell’Under 18 nella Next Gen Cup, conclusasi con la sconfitta all’ultimo secondo con Venezia nella finalissima. E uno dei grandi rimpianti, di Diouf come dei suoi compagni, è il non potersi prendere una rivincita nel loro ultimo anno da “piccoli”. «È un peccato, davvero, perché siamo una squadra molto forte e avremmo potuto provare a giocarci lo scudetto, questo ci dispiace davvero molto», racconta.

Ora anche lei è fermo in casa, con altri atleti biancorossi. La compagnia aiuta?

«Sì, siamo in sei insieme, non ci annoiamo, facciamo grandi sfide con la Playstation, guardiamo tante partite della Nba in televisione».

Le repliche in questi giorni non mancano...

«Ci sono tante belle partite da guardare. Ce la passiamo fra di noi».

Riesce a sentire la sua famiglia?

«Tutti i giorni. Loro non abitano lontano da qui, non possiamo muoverci ma tutti i giorni al telefono ci chiamiamo, anche questo importante».

In questi anni è diventato oggetto di interesse di tanti addetti ai lavori, italiani e non solo. Dove si vede, fra qualche tempo?

«L’ambizione più alta è quella della Nba, ma solo con il tempo scoprirò cosa riuscirò a conquistarmi col mio lavoro. Ora devo pensare a questo, a migliorarmi».

In cosa deve crescere? E che in ruolo si vede?

«Negli anni ’90 un giocatore con il mio fisico sarebbe stato un centro, ma adesso il basket è molto cambiato, anche i lunghi devono giocare sul perimetro, allargarsi».

Quindi?

«Oggi credo di poter essere più un’ala grande, come ruolo è quello forse più adatto alle sue caratteristiche».

E oggi un’ala grande spesso si trovano a operare sul perimetro. Lì, cosa deve sistemare?

«Sicuramente devo lavorare tanto sulla mano sinistra, per poterla sfruttare meglio di quanto faccio oggi, e anche sulla meccanica di tiro posso fare qualche miglioramento, proprio nella mia postura, per essere ancora più efficace».

Un suo pregio, invece?

«La mobilità. Per essere alto 208 centimetri credo di poter sfruttare bene la mia agilità e la mia mobilità, cerco sempre di farlo in partita attaccando frontalmente i miei avversari, per metterli in difficoltà. So che è un paragone alto: è un po’ quello che fa Giannis Antetokounmpo, che è ancora più alto di me e sfrutta la sua agilità».

Parliamo di uno dei primissimi giocatori al mondo. È lui il suo modello?

«Di giocatori che seguo come fonte di ispirazione ne ho diversi, cerco di trarre qualcosa dagli atleti che ammiro. Più di tutti Kevin Durant».

Un altro longilineo altissimo e agilissimo. Si ritrova?

«Come ho detto, ho tanti giocatori che ammiro: Durant per la mobilità e la facilità al tiro, Antetokounmpo per la fisicità e l’agilità, Pippen per come difendeva in maniera efficacissima».

Fra i giocatori con cui ha lavorato a Reggio, invece, chi l’ha aiutata di più?

«Darius Johnsom-Odom. Mi dava sempre una mano, veniva prima agli allenamenti, mi dava dei suggerimenti sui movimenti, era sempre presente. Non dico che sia un maestro, ma mi ha sempre seguito e mi ha sempre aiutato dandomi indicazioni». —

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